Paolo Monti Bibliografia
Archivio ▪ 1992

  

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Paolo Monti
di Massimo Carboni
da MOLTEPLICI CULTURE
Itinerari dell’arte contemporanea in un mondo che cambia
ROMA-MUSEO DEL FOLKLORE
Convento di S. Egidio 19 maggio – 19 giugno 1992
 


MASSIMO CARBONI / PAOLO MONTI

Il recupero di una progettualità artistica condotto attraverso l’utilizzo dei materiali e dei processi tipici della tecnologia è al centro del lavoro di Paolo Monti, che si inserisce così in un’area già ben definita storicamente. 

Nessuna ideologia, nessuna patetica intenzione di “salvare” la Tecnica e renderla più “umana”, più “creativa”. La dimensione tecnologica è usata semplicemente come strumento per fissare immagini possibili: immagini che mantengano in sé aperta la possibilità dell’autotrasformazione.  In questa occasione, Monti ha scelto di lavorare concettualmente e materialmente sul denaro, figura dello Stesso e insieme dell’Altro, ripetizione e differenza prese nella vertigine del Valore.

L’immagine di una banconota è proiettata su di una lastra di vetro satinato.  All’interno della diapositiva una soluzione chimica, attivata dal colore prodotto dalla luce quando il proiettore è in funzione, corrode lentamente la materia cartacea che vi è inserita.
“Il valore di scambio della merce, in quanto esistenza particolare accanto alla merce stessa”, scrive Marx nei Grundrisse, “è denaro; è la forma in cui tutte le merci si dissolvono, ciò che si dissolve in tutte le merci; è l’equivalente generale”.

1.

Il lavoro di Monti è insieme la parafrasi e il rovesciamento della tesi marxiana. Il denaro non è assunto come forma o mezzo e dunque come equivalente universale, ma come materiale sottoposto ad uno specifico processo di deperibilità: si dissolve non nella merce ma in se stesso. Il denaro non è per natura un oggetto dotato di valore, la sua qualità consiste esclusivamente nella sua quantità.

Monti materializza il valore astratto, rovescia il processo che conduce all’equivalenza generale e riporta il denaro alla sua condizione iniziale di oggetto. In un tempo x, il tempo in cui il proiettore resta acceso e l’immagine visibile, la banconota si dissolverà. Non ne resterà più alcuna traccia, fagocitata dai reagenti chimici. “Il tempo è denaro”; qui è il denaro che è tempo.

Fino alla totale entropia, fino al consumo finale: come se in termini accelerati e contratti fosse rappresentata la sua stessa natura nichilistica. “Denaro chiama denaro”: attira solo se stesso, vuole se stesso, in una coazione a ripetere che trova sempre l’Identico nell’Altro. Fino al nulla.

2.

Un resoconto. L’operazione era progettata nei termini seguenti.
Nel giorno dell’inaugurazione di questa mostra, un furgone portavalori avrebbe dovuto
trasportare un’ingente somma di denaro in banconote (due o tre miliardi) nella sede dell’esposizione, la scorta armata avrebbe collocato il contenuto delle apposite valigette in terra, formando un parallelepipedo regolare con i mazzetti di banconote, per un tempo da stabilirsi (cinque minuti, mezz’ora).

Esibizione, epifania del valore puro, coincidenza assoluta di realtà (la concretezza presente del denaro) e fantasma (tutte le merci e le prestazioni materiali ed immateriali – corpi, diamanti, informazioni – acquistabili con quella somma).

La Banca Pio X aveva dichiarato la sua disponibilità di massima: sono intercorse richieste scritte, chiarimenti, spiegazioni, si sono fatte apposite riunioni del consiglio d’amministrazione. Nonostante gli sforzi solidali di funzionari e dirigenti della Banca, non è stato possibile condurre in porto l’operazione.  Problemi di sicurezza, questioni sindacali, difficoltà conseguenti all’automatismo immodificabile del timer del caveau.

Che cosa significa tutto questo?  È la conferma di ciò che la grande sociologia tedesca del primo Novecento – da Simmel a Weber – aveva per prima messo definitivamente in chiaro: la progressiva astrazione ed intellettualizzazione dei rapporti sociali, alienati dal soggetto “reale”.  L’apparato tecnologico e burocratico-amministrativo ha vita propria e totalmente indipendente, impermeabile e separata rispetto alle volontà dei singoli.   La richiesta anomala, indecodificabile nella sua logica, fa inceppare l’apparato.   La criticità dell’arte oggi consiste proprio nell’iniezione omeopatica dell’anomalia, che fa slittare il sistema utilizzando le sue stesse armi: lo trasforma in altro, in idea, pur rimanendo lo stesso.

3.

L’accettazione di banconote, tramite un lettore ottico interno, seleziona le immagini che gli vengono proposte secondo l’unica immagine memorizzata nel suo programma.  Se la banconota non è perfetta, la rifiuta ma non la restituisce: l’interazione è dominata dalla macchina.

È l’incarnazione tecnologica della purezza del valore-denaro che riconosce soltanto l’identità con se stesso mediante la totale esclusione dell’Altro.

L’immagine della banconota che l’accettatore mantiene memorizzata è la performance stessa dell’immagine: cioè l’immagine come perfezione assoluta, prodigio della banalità, estasi dell’Identico. Ogni gioco ha la sua regola; ma esibire la regola significa cambiare il gioco.

4.

Esiste una fede nel multiculturalismo se si lascia impregiudicato il fatto che il valore puro, astratto e non-etnico del denaro e dei rapporti di forza planetari che esso produce, omologa ogni spinta centrifuga, razionalizza l’alterità e riporta tutto a zero.  Per questo anche il multiculturalismo rischia di essere un’ideologia consolatoria permessa dall’Apparato perché totalmente inoffensiva e in effettuale.

Esiste un reale multiculturalismo soltanto se esso si confronta criticamente con l’uniculturalismo degli assetti dominati cementati dal potere economico e finanziario. Altrimenti è chiacchiera. Esiste un multiculturalismo soltanto se non è più “cultura” separata, ma pratica politica antagonista a livello planetario.

 



Paolo Monti
di Massimo Carboni
in: Molteplici Culture -
Itinerari dell'arte contemporanea che cambia
,
Roma, Carte Segrete Editore 1992,
pp. 12,14,148,149,150,171