MASSIMO CARBONI / PAOLO MONTI
Il recupero di una progettualità artistica
condotto attraverso l’utilizzo dei materiali e dei processi tipici
della tecnologia è al centro del lavoro di Paolo Monti, che
si inserisce così in un’area già ben definita storicamente.
Nessuna ideologia, nessuna patetica intenzione
di “salvare” la Tecnica e renderla più “umana”, più “creativa”. La
dimensione tecnologica è usata semplicemente come strumento per
fissare immagini possibili: immagini che mantengano in sé aperta la
possibilità dell’autotrasformazione. In questa occasione,
Monti ha scelto di lavorare concettualmente e materialmente sul
denaro, figura dello Stesso e insieme dell’Altro, ripetizione e
differenza prese nella vertigine del Valore.
L’immagine di una banconota è proiettata su di
una lastra di vetro satinato. All’interno della diapositiva
una soluzione chimica, attivata dal colore prodotto dalla luce
quando il proiettore è in funzione, corrode lentamente la materia
cartacea che vi è inserita.
“Il valore di scambio della merce, in quanto esistenza particolare
accanto alla merce stessa”, scrive Marx nei Grundrisse, “è denaro; è
la forma in cui tutte le merci si dissolvono, ciò che si dissolve in
tutte le merci; è l’equivalente generale”.
1.
Il lavoro di Monti è insieme la parafrasi e il
rovesciamento della tesi marxiana. Il denaro non è assunto come
forma o mezzo e dunque come equivalente universale, ma come
materiale
sottoposto ad uno specifico processo di deperibilità: si dissolve
non nella merce ma in se stesso. Il denaro non è per natura un
oggetto dotato di valore, la sua qualità consiste esclusivamente
nella sua quantità.
Monti materializza il valore astratto,
rovescia il processo che conduce all’equivalenza generale e riporta
il denaro alla sua condizione iniziale di oggetto. In un tempo x, il
tempo in cui il proiettore resta acceso e l’immagine visibile, la
banconota si dissolverà. Non ne resterà più alcuna traccia,
fagocitata dai reagenti chimici. “Il tempo è denaro”; qui è il
denaro che è tempo.
Fino alla totale entropia, fino al consumo
finale: come se in termini accelerati e contratti fosse
rappresentata la sua stessa natura nichilistica. “Denaro chiama
denaro”: attira solo se stesso, vuole se stesso, in una coazione a
ripetere che trova sempre l’Identico nell’Altro. Fino al nulla.
2.
Un resoconto. L’operazione era progettata nei
termini seguenti.
Nel giorno dell’inaugurazione di questa mostra, un furgone
portavalori avrebbe dovuto
trasportare
un’ingente somma di denaro in banconote
(due o tre miliardi) nella sede
dell’esposizione, la scorta armata avrebbe collocato il contenuto
delle apposite valigette in terra, formando un parallelepipedo
regolare con i mazzetti di banconote, per un tempo da stabilirsi
(cinque minuti, mezz’ora).
Esibizione, epifania del valore puro,
coincidenza assoluta di realtà (la concretezza presente del denaro)
e fantasma (tutte le merci e le prestazioni materiali ed immateriali
– corpi, diamanti, informazioni – acquistabili con quella somma).
La Banca Pio X aveva dichiarato la sua
disponibilità di massima: sono intercorse richieste scritte,
chiarimenti, spiegazioni, si sono fatte apposite riunioni del
consiglio d’amministrazione. Nonostante gli sforzi solidali di
funzionari e dirigenti della Banca, non è stato possibile condurre
in porto l’operazione. Problemi di sicurezza, questioni
sindacali, difficoltà conseguenti all’automatismo immodificabile del
timer del caveau.
Che cosa significa tutto questo? È la
conferma di ciò che la grande sociologia tedesca del primo Novecento
– da Simmel a Weber – aveva per prima messo definitivamente in
chiaro: la progressiva astrazione ed intellettualizzazione dei
rapporti sociali, alienati dal soggetto “reale”. L’apparato
tecnologico e burocratico-amministrativo ha vita propria e
totalmente indipendente, impermeabile e separata rispetto alle
volontà dei singoli. La richiesta anomala,
indecodificabile nella sua logica, fa inceppare l’apparato.
La criticità dell’arte oggi consiste proprio nell’iniezione
omeopatica dell’anomalia, che fa slittare il sistema utilizzando le
sue stesse armi: lo trasforma in altro, in idea, pur rimanendo lo
stesso.
3.
L’accettazione di banconote, tramite un
lettore ottico interno, seleziona le immagini che
gli vengono proposte secondo l’unica immagine
memorizzata nel suo programma. Se la
banconota
non è perfetta, la rifiuta ma non la
restituisce: l’interazione è dominata dalla macchina.
È l’incarnazione tecnologica della purezza del
valore-denaro che riconosce soltanto l’identità con se stesso
mediante la totale esclusione dell’Altro.
L’immagine della banconota che l’accettatore
mantiene memorizzata è la performance stessa dell’immagine: cioè
l’immagine come perfezione assoluta, prodigio della banalità, estasi
dell’Identico. Ogni gioco ha la sua regola; ma esibire la regola
significa cambiare il gioco.
4.
Esiste una fede nel multiculturalismo se si
lascia impregiudicato il fatto che il valore puro, astratto e
non-etnico del denaro e dei rapporti di forza planetari che esso
produce, omologa ogni spinta centrifuga, razionalizza l’alterità e
riporta tutto a zero. Per questo anche il multiculturalismo
rischia di essere un’ideologia consolatoria permessa dall’Apparato
perché totalmente inoffensiva e in effettuale.
Esiste un reale multiculturalismo soltanto se
esso si confronta criticamente con l’uniculturalismo degli assetti
dominati cementati dal potere economico e finanziario. Altrimenti è
chiacchiera. Esiste un multiculturalismo soltanto se non è più
“cultura” separata, ma pratica politica antagonista a livello
planetario. |