“Riflesssioni sul
museo di Pitigliano”
di Gabriella Dalesio / 1995
Antonio da Sangallo il
Giovane, architetto militare, non avrebbe mai immaginato, nel progettare
il restauro del duecentesco Palazzo Orsini a Pitigliano, che il muro
esterno della rocca (emblema di potere e supremazia militare) avrebbe
supportato una scala la cui flessibilità e leggerezza contrasti lo
stesso concetto che veicola. Le sue caratteristiche sono estensibili al
progetto di allestimento in cui è inserita – il Museo Archeologico di
Pitigliano, antico centro etrusco – proposto da un gruppo di architetti
romani, attualmente costituitosi come Studio “N!”. La flessibilità come
risultante tra forze e tensioni diverse è il principio dinamico che
sottende una strategia progettuale riguardante la trasformazione stessa
del concetto di museo, relativa alle funzioni di raccogliere, ordinare,
classificare, esporre.
Il bucchero visto allo specchio sparisce quando ci avviciniamo. La teca
che lo sostiene anche. L’oggetto reale ci guarda alle spalle. Come sa
per poter riapprendere la realtà, noi dovremmo ribaltarne la soglia
percettiva: dall’esterno all’interno, ritrovando nella centralità
dell’essere il massimo grado d’unità. E’ l’intervento di un’artista,
Paolo Monti, nel progetto di allestimento. La problematica della
“smaterializzazione”, questione affrontata già dall’arte negli anni
Sessanta-Settanta, ne è punto di snodo: tra la provocatoria
“irrazionalità” dell’arte e le risposte funzionali e formali
dell’architettura. Sono in tal modo sollecitate alcune domande,
costituenti motivo di riflessione sullo sfrangiamento del concetto di
limite e di confine.
La tensione tra le due polarità, quella dell’arte e dell’architettura,
quando non acquisisce la prima alla funzione di decoro ma a quella più
consona al mentale della sua origine, diviene elemento motore per le
soluzioni adottate. Un problema sociale ad esempio, quello dei tombaroli
o delle copie di reperti antichi è risolto dall’intervento artistico in
termini percettivi e mentali attraverso il semplice inserimento di uno
schermo specchiato che sollecita concettualmente il problema della
soglia reale e virtuale, tra vero e falso.
La necessità quindi è quella di offrire una griglia compositiva ai
diversi livelli di interpretazione e di “contenuto” del museo stesso. La
doppia circolarità, in orizzontale e verticale che in termini di
continuum spaziale è segnata dalle leggere strutture che ne guidano la
scansione, è anche registro per la circolarità del reperto da esporre,
che dal laboratorio, luogo individuato come fruibile visivamente al
centro del percorso mussale, può essere esposto all’interno delle teche.
Il concetto di flessibilità, mutazione, come quello di
“smaterializzazione”, informano quindi le risposte funzionali e tecniche
traendole sul versante del contenuto. La fruizione, anche se solo
visiva, di quello che normalmente in un museo è tenuto nascosto, il
magazzino e il laboratorio di restauro, costituendosi come fulcro di un
continuum, non solo spaziale, fornisce al pubblico risposta ad una
domanda, quella di conoscenza sul contenuto stesso: il frammento, il
reperto nell’iter della sua storia e memoria.
Il rapporto antico/moderno è risolto all’interno di una medesima logica,
in una doppia leggibilità che non annullando le differenze, ne esalta la
tensione asimmetrica lasciando respirare le rispettive autonomie
strutturali, lavorando per contrasto anche sui materiali. Se sulla
trasformazione del concetto di progetto si innesta il paesaggio non solo
in architettura, dal Movimento Moderno al post-moderno e alla filosofia
del frammento, è anche necessità di offrire in relazioni multiple, ai
diversi livelli di interpretazione l’articolazione del concetto di
flessibilità e “mutazione”, nell’antica logica del divenire. Il
“progetto” quindi, a dirla con Bachelard, a proposito della poetica
dello spazio, “ è contesto di immagini e di pensieri che suppone un
influsso sulla realtà”. Le riflessioni suggerite da una dinamica
progettuale che riesce a convivere con la tensione anarchica di un’arte
non più percorribile sul versante della rappresentazione, ma leva di un
paradosso possibile, riguardano anche e soprattutto la realtà stessa.
Lasciando di nuovo a Bachelard la potenziale risposta: “Non dobbiamo
dunque considerarla (la realtà) in una dottrina dell’immagine pura ed è
anche inutile continuare un’immagine, inutile mantenerla: basta a noi
che essa sia”. L’insegnamento che ci sovviene è forse quello di cercare
nella camera silenziosa, che scorre in noi, la grande fonte di umiltà
semplice.
“Riflesssioni sul museo di Pitigliano”
di Gabriella Dalesio
in: Trovaroma di Repubblica,
Marzo 1995
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