La
dimensione dello sguardo psico-fisiologico cambia in continuazione,
l’arte la registra e ne fa conoscenza. Paolo Monti non sfugge a
questa realtà dell’arte, e scandaglia la propria sensibilità e la
propria attiva percezione alla ricerca di un sentire e di un vedere
diverso.
Fin dall’inizio, per Monti, il traguardo era il rendere visibile il
non-visibile, aguzzando la vista in una qualche altra dimensione per
scoprirsi non solo uomo, ma percettivamente “altro”. Anche la
scienza in fondo fa proprio questo, e cioè spinge oltre ed altrove i
confini della dimensione umana, analizzando tutto, osservando e
appropriandosi dell’osservato.
Tuttavia nel rapporto tra io e l’altro la scienza è più democratica
dell’arte, almeno nel momento dell’osservazione (e non in quello
dell’applicazione) perché cerca la completa immedesimazione
nell’oggetto. Questa particolare apertura si ritrova in Paolo Monti,
e lo rende diverso. L’artista si cala completamente, anche
attraverso tecnologie, ma direi di più, attraverso una particolare
forma mentis, nell’osservato; cambiando persino la propria
dimensione percettiva psico-fisiologica. Questa disposizione gli
consente di poter vedere i “flottage”, le onde termiche, fare
calcoli matematici sulla luce, vedere colori apparire per reazione
al calore e poi scomparire, osservare la consunzione di un capitale,
per sentirne fisiologicamente la caducità della scomparsa. Così come
del resto un tale caso accade in continuazione, nella deflagrazione
della guerra virtuale dei capitali finanziari, solo, in una sorta di
spazio non accessibile ai sensi e dunque non emotivamente
registrabile. Anche lo Specchio Termico dell’artista rende visibile
qualcosa che comunque accade, e cioè la vibrazione delle onde,
sonore, termiche, elettriche ecc. L’immagine è coinvolta nella
coergerie di tutti questi fenomeni. Come si fa a pensare alle
immagini come icone immobili? Che tale continuo sovvertimento non
sia visibile?
Questa dimensione empatica è la maggior responsabilità della
diversità dell’artista. Egli è dalla parte degli oggetti, ascolta i
loro diritti, offre possibilità alla luce, ad esempio di presentarsi
come appare, con i suoi calcoli di contrasto e di gradienza. Così
come al calore, offre la possibilità di rendersi visibile all’occhio
umano, attraverso una rappresentazione di rapporti di calore e in
continuo cambiamento, così come è nelle cose e nei fenomeni.
Per queste ragioni l’arte dell’artista non può definirsi come
tecnologica, nell’accezione almeno a cui siamo abituati, perché
Monti potrebbe passare anche ad altre possibilità rappresentative se
ve ne fosse l’occasione, se come ripeto trovasse altrove la
possibilità di immedesimazione, di Einfhulungh, con il mondo. Spesso
infatti l’arte tecnologica si ferma alla manipolazione delle icone,
di pensieri dati che non escono dallo stretto circuito del sé,
nonostante l’utilizzo di strumenti e complicati.
Mentre Monti attraverso la scienza e la tecnologia ma anche al di
fuori di essa, ha trovato il modo di uscire dalla stretta gabbia
della propria dimensione, e ascoltando gli oggetti del mondo si
allontana.
Ada Lombardi
in: IX Settimana
della Cultura Scientifica in Italia, Roma, MUSIS e MURST 1999, pag.
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