Paolo Monti Bibliografia
Archivio ▪ 1992

  

 


- Paolo Monti -

Performance della Materia

di Ada Lombardi

Paolo Monti affida la sua sintesi tra forma e significato ad una verifica fenomenologia, o meglio alla rilevazione ed alla quantificazione del fenomeno. Ma se fosse solo questo, il tutto rientrerebbe in un’ottica scientifica che attiene alla valutazione del reale, delimitandolo in costanti periodiche o variabili che poi si chiamano leggi. Al contrario in questo caso l’artista si appella alla scienza non solo per riprodurre il fenomeno, ma anche per collocarlo in una dimensione estetica che non chiami in causa le categorie del bello, ma quelle di un intelletto puro, in una accezione pressoché neoplatonica.

Tuttavia questo superamento del godibile, della facile ed intima emozione volge verso lo specifico di una fusione ad alta temperatura, verso una ricerca del significato che abbia una traduzione formale raffinata.

In parole povere l’oggetto estetico non c’è più, sostituito da una materia irretita da un circuito di linguaggio fenomenico e convenzionale. Una sorta di performance della materia.

Nelle opere di Paolo Monti raggiunge una nozione di evento estetico provocato dall’autore, ma totalmente indipendente.

Le “materie-autrici” sono, al momento della ricerca dell’artista, la polvere, i magneti, il mercurio, particolari ossidi reattivi al calore, il denaro inteso come materia non solida, acidi, ecc. Da questi materiali dal particolare timbro d’autore emerge uno in particolare, il mercurio.

Una materia mobilissima descrivibile come appartenente due volte alla cultura: la prima in modo mitologico, come simbolo, sogno e forma, l’altro modo invece lo analizza come fenomeno, in modo astratto, l’unica forma che infatti suggerisce sono infatti dei cristalli romboedrici poichè in tal modo, sotto forma di rosso cinabro, cristallizza in natura. E in questo secondo modo Paolo Monti ne prova le qualità, ne indica la velenosità dei vapori, le sue ossidazioni a temperature non elevate e di nuovo la sua trasformazione in liquido, il suo colore argento splendente e la sua permeabilità così simile al liquido, al punto che si può filtrare con una sostanza così compatta come la pelle di camoscio. La mente intanto vaga su queste proprietà specifiche e immagina un liquido-metallo dal corpo freddo ma riscaldabile a temperatura ambiente, un metallo mobile. La mente vaga e si perde nel mondo del tatto e del suono.

Quello che mi permetto si segnalare è l’esistenza di uno spostamento, grazie ad un atteggiamento scientifico e quindi ormai occidentale all’ennesima potenza, verso un vecchio modo di vedere ma da sempre respinto e accettato senza riconoscerne al momento la provenienza dall’estremo versante e soprattutto la tendenza a recidere quel cordone ombelicale che legava l’artefice alle sue stesse opere. L’evidenziarsi inoltre di fenomeni come enti a sé, che non mettono in causa quindi l’occhio dell’artefice ma l’intuito, l’udito, il tatto, la memoria che unisce i sensi in una serie di convenzioni che abbreviano di netto i tempi di ricezione, trasformandoli in simboli e, perché no?, in rapporti numerici.

Così Paolo Monti costruisce attraverso una serie di ricordi e di intuizioni che lo portano ad immaginare un certo fenomeno. Ad esempio i suoi rilevatori al mercurio, oggetti giustificabili dal loro stato di necessità, in cui larghezza e lunghezza sono opportunamente calibrati per avere un certo rilevamento di suoni, di spostamento di masse d’aria o di vibrazioni. Il mercurio sollevato ad una giusta distanza dai contenitori di ferro (chè un altro metallo sarebbe sciolto dalla potenza corrosiva del mercurio), riflette il proprio stato di splendore liquido al soffitto, perlomeno negli attuali lavori, e lì traduce le onde che avverte dallo spazio che lo circonda. Una materia a sé, un evento il cui legame con l’artista è stato reciso nel momento in cui l’ultima gocciolina di mercurio è stata versata nel recipiente che lo attendeva.

Sullo stesso concetto si fondano i cosiddetti “rilevatori di polvere”, magneti posti all’interno dell’intonaco che attirano il pulviscolo che con il tempo e grazie alla stratificazione segnala la loro stessa presenza. Caratteristico è questo modo di nascondere la causalità del fenomeno come ad esempio in un lavoro che l’artista chiama Endo-frottages: resistenze che sprigionano calore che fa reagire l’intonaco che le nasconde, grazie ad alcuni ossidi che con il calore assumono determinate colorazioni.

Tuttavia all’attuale stato di maturità dell’artista questa sorta di iconoclastia, di assenza formale potrebbe evolvere ben presto – visto che l’artista è pressoché inedito – verso una sorta di incontro-scontro tra forma ed evento aformale, o verso un concetto di struttura aformale, così come fa intravedere l’idea dell’impronta sulla parete, visibile solo attraverso uno scambio termico. Così come trovo sia ancora in fase sperimentale la complicata operazione che Monti fa con il denaro. Questa volta indirizzata di nuovo verso orizzonti iconoclasti..

Georg Simmel in filosofia del denaro affermò che il possesso del denaro è in realtà un non-possesso di carattere totalmente astratto, in stretta connessione con il fenomeno del voyeurismo. Paolo Monti mette in azione tale concetto realizzando una sorta di “percezione distruttiva”, in cui il fenomeno della visione, grazie ad un acido che reagisce alla luce, degrada e consuma la banconota con un tempo ben preciso. Per rendere il fenomeno ancor più godibile nell’atto voyeristico, la banconota, o ciò che piano piano ne resta, viene proiettata in grande.

E’ evidente che l’artista è ancora preso tra i fuochi degli opposti, così com’è tipico di una fase sperimentale. Ciò che è sicuro è la presenza dei presupposti per un lavoro più che interessante e promettente, verso una zona sempre ambita dall’arte, ovvero verso la scienza con i suoi immutabili e il suo “vero per tutti”. Ma questo spostamento dalla soggettività all’oggettività rappresenta una vera e propria messa in crisi per tale rapporto, poiché l’arte non intende abbandonare il campo dell’individuo, o perlomeno non in misura totale. In questo caso forse stiamo per assistere alla sublimazione dell’oggettività stessa, grazie ad una sorta di superamento dell’individuo ad opera della materia e del fenomeno che distaccandosi diventano individuo e soggetto agente a loro volta, con un rumore di fondo, ovvero la presenza dell’artista limitata al ruolo di causa primaria del fenomeno.


Paolo Monti - Performance della Materia
di Ada Lombardi
in: Titolo, No.9, 1992, pp. 2, 26,27