Paolo Monti esemplifica un’altra delle categorie di N.Q.C.:
l’ho intitolata trasferimenti e riguarda quei rapporti di passaggio
da un medium dinamico alla staticità del quadro. È una categoria
ricca di contrasti e differenze, dove si assommano le ragioni delle
telecamere video, della termocamera, di macchinari tecnologici e di
quei materiali si cui possa imprimersi un elemento da trasferire nel
processo di stampa. La principale caratteristica evidenzia forme di
mutazione avvenuta, prive di ulteriori modifiche dopo il processo
esterno. In pratica, una volta raggiunto l’effetto quel che si
stampa mostra un puro trasferimento di quanto accaduto nel dinamismo
esterno.
Monti ne rappresenta un prototipo radicale e ricco di caratteri
aperti. Assomma particelle di altre strade, dalla digitofoto alla
pictofoto, passando per overfoto e tecnobody. Ma la differenza con
quelle vie appare netta: come dicevo sopra, il rapporto formativo
dell’opera avviene attraverso un’elaborata tecnologia esterna al
pannello, mentre il quadro non fa altro che formalizzare il
trasferimento di un processo già chiuso.
Nelle opere di Monti non esiste ritocco digitale, viraggio o
modifica di alcun genere; l’effetto visibile è la conseguenza di un
esperimento atipico, riconducibile al principio della termocamera a
raggi infrarossi. Di cosa si tratta? Forse avrete sentito parlare
delle cineprese per registrazioni in zone di guerra, quelle che
visualizzano i corpi leggendo le loro temperature.
Con un processo di sintesi dell’elemento inquadrato, queste
termocamere possono fissare soggetti e oggetti, sia statici che
dinamici, tramite gamme di scansioni cromatiche. Ovviamente non
hanno esclusivo uso bellico, anzi: dalla Nasa alle molte ipotesi
scientifiche, rappresentano una frontiera di ricerca in constante
espansione, dove l’unico, vero problema riguarda i costi folli dei
macchinari. Monti riesce, da alcuni anni, ad averne disponibilità
per il periodo ristretto dell’evento: E in quei momenti ne sfrutta
il potenziale iconico per le sue incessanti alchimie visive. Il
progetto si intitola Flottage e ha avuto quattro importanti presenze
a Roma: la prima alla galleria La Planata (1996), poi durante la
<<Quadriennale>> Ultime generazioni (1996), quindi presso la
galleria Es Architetture (1997) e in una stanza della stessa Es al
Riparte (una fiera d’arte contemporanea che si svolge dentro stanze
d’albergo). Messo uno schermo nell’ambiente a circuito chiuso, la
telecamera riprendeva i visitatori che poi venivano visualizzati
sullo schermo; l’effetto formale, dopo una taratura cromatica
stabilita dall’artista, definiva arcobaleni con cui evidenziare i
meccanismi climatici del corpo, dandone una <<colorgrafia>> ricca di
passaggi e variazioni tonali. Vediamo flussi articolati di caldi e
freddi, compresi entro le temperature stabilita dall’autore,
restituiti sotto forma di immagini dinamiche con colori cangianti in
scala 1:1. Di questi passaggi Monti ne fissa alcuni su pannelli,
stampando ritratti che vengono prima bloccati da una speciale
macchina per riproduzioni su pellicola. L’artista stoppa su precisi
istanti, proprio come ha fatto col suo tecnonarcisimo radicale. In
un termovideo appare e si muove sul fondo scuro, ridando dinamiche
da cui ha prelevato alcuni frame, successivamente divenuti la parte
migliore del suo progetto termofilmico.
Flottage, oggi, non è che un punto di sintesi delle sue
sperimentazioni visive. Prima c’era il dollaro che, dentro una
struttura chiusa, si sfaldava letteralmente durante la sua
fruizione. Poi l’opera Specchio elastico, dove un sistema di sensori
non consentiva al fruitore di specchiarsi su una superficie mobile:
al primo contatto diretto la superficie cambiava i connotati del
fruitore, sfruttando le proprietà dinamiche del mercurio. Il primo
lavoro mostra la mutazione dell’opera, il secondo estende l’opera
alla modifica del soggetto interagente.
Ulteriori processi manipolatori sono, appunto, quelli della
termocamera: pur non scalfendo la nostra struttura, riescono a
entrare dietro la pelle e aprire le reazioni organiche usando i
normali processi biologici.
Paolo Monti rispetta molti caratteri di N.Q.C.: il rapporto
narcisistico con l’opera, la comunicazione veloce delle icone, lo
scambio attivo col mezzo tecnologico. E poi vitalizza i mezzi di
ripresa video, compiendo un salto rispetto alle diffuse logiche del
mezzo. La provocazione estetica supera la banalità di molti
videomaker e rende narrativo lo stesso progetto vitale delle
persone. Si è parte dell’opera e la si costruisce fattivamente: con
l’aggiunta di non lavorare su elementi solo installativi ma con
propensioni compresse, verso un’altra identità necessaria del Nuovo
Quadro Contemporaneo.
Percorsi
Quanto vediamo appare su fondali neri che fanno uscir fuori il
corpo. Una sorta di ambienti oscuri senza dimensione, indefinibili
rispetto alla forza d’urto delle superfici corporali in primo piano.
L’effetto visibile ha uno straniamento di matrice pittorica, mobile
come riesce a un colore liquido, sfaldato nelle macchie tonali e nei
diversi contrasti cangianti. Il corpo diviene un prospetto interiore
ormai esplicito, reso oggettivo senza esser fotografia né pittura.
Sicuramente ha una sintesi cromatica che sottolinea il debito con
Mario Schifano: capendo il valore di sintesi pittorica dell’immagine
tecnologica, proprio il maestro italiano dimostra le valenze
comunicative del trasferimento. Schifano cercava il pittoricismo
della televisione, del computer e dei molteplici media sintetici; ne
ridava forme alterate, sottoposte a ritocchi e aggiunti, sempre sul
principio di non fermarsi a una singola fase.
E poi c’è la
questione scientifica, così predominante nella ricerca di Monti. Il
legame più forte ci riporta all’Arte Optical e Cinetica (vedi
<<Trasferimenti>>), tra le variabili di opere senza vera casualità (
se non quella estesa dei fattori esterni, comunque considerati nella
struttura chiusa dell’opera), frutto di un attento studio della
scienza motoria e dei meccanismi cinetici dell’occhio umano. Il
flottage possiede cardini scientifici, regole precise che la
macchina e l’artista fissano in partenza; ma si rivolge a forme con
una loro identità mobile, organiche nella biologia dei meccanismi
interni. Un approccio <<freddo>> (scientifico) che si filtra nella
matrice <<calda>> dei corpi vivi: il modo di uscire dal puro
pragmatismo per mostrarne una dimensione elettrica, pulsante come
l’incedere delle altre opere di N.Q.C.
Nasce
a Velletri nel 1958.
Principali collettive: <<Molteplici Culture>> (S. Egidio, Roma,
1992), <<Ter>> (Termoli, 1992), <<Altro e Arte. Giovani Artisti 5>>
(Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1993), <<Time to Time>> (Castello
di Rivara, 1993), <<Arte in Classe>> (Scuola Carducci, Roma, 1993),
<<Tempi Ultimi>> (Biennale di Penne, 1996), <<Quadriennale>> Ultime
Generazioni (Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1996), <<Cyber Days>>
(Palaeur, Roma, 1996), <<Partito Preso>> (Gnam, Roma, 1997).
Principali personali: <<Quadrimensionale>> (Arco di Rab, Roma,
1993), <<Flottage>> (Planita, Roma, 1997), <<Flottage>> (Es
Architetture e Riparte, Roma, 1997), <<Thermical Mirror>> (Villa
Rufolo, 1998)
Vive e lavora a Roma e Velletri.