Paolo Monti Bibliografia
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“Paolo Monti ~ Mutagene”
 
di Alessandra Ponente / 1990
 

(...…) l’immagine prende forma nella sua
funzione vitale: essa non potrà valere per
ciò che ricorda, spiega o esprime (casomai la
questione è fondare) né voler essere o poter
essere spiegata come allegoria di un processo
fisico: essa vale solo in quanto è: essere.
PIERO MANZONI, 1957

Nel lavoro di Paolo Monti sono presenti dei riferimenti costanti e dichiarati all’opera di Duchamp ed alle esperienze artistiche degli anni ’60 che hanno portato al superamento delle estetiche e dei linguaggi tradizionali.

Il precedente più diretto delle Mutagene può essere rintracciato nella serie degli Acromes realizzata da Piero Manzoni nel 1960 la cui superficie imbevuta di cloruro di cobalto cambiava colore nel tempo a seconda delle condizioni d’umidità dell’aria; l’opera si trasformava e si completava indipendentemente dall’intervento dell’artista e dello spettatore.

Partendo da quest’esperienza Monti giunge alla definizione del tutto originale di “arte biodegradabile”.

Nella serie delle Mutagene lavora con sostanze che reagendo al calore cambiano progressivamente colore e generano delle forme in continuo movimento all’interno di un percorso strutturale progettato dall’artista. Ognuna di esse segue un “ciclo vitale” durante il quale si assiste, solitamente, ad una progressiva semplificazione e riduzione della forma ed al rallentamento del processo di trasformazione che può concludersi, in analogia con quello biologico di degradazione della materia, con l’esaurimento e la scomparsa della Mutagena.
Le variazioni di forma e colore consentono diverse possibilità di lettura dell’opera la quale si propone come un sé autosufficiente in grado di autodeterminarsi ed autotrasformarsi.

L’opera d’arte “biodegradabile” è quindi dotata di una “vitalità congenita” che la rende indipendente ed in questo senso rientrano in tale definizione anche i lavori in cui Monti utilizza la forza magnetica che consente loro di sostenersi e quindi di esistere autonomamente e quelli in cui fa uso del mercurio. “L’argento vivo” che in alchimia è alla base di ogni trasformazione non innesca, in questo caso, un processo di sublimazione della materia o della “psiche” dell’artista, ma agisce come elemento disgregatore delle banconote che vi sono immerse o dell’immagine che vi si riflette, determinando un continuo movimento e cambiamento dell’opera. L’oro, il denaro e la stessa opera d’arte vengono sottoposti ad un processo di biodegradazione in vista di una ludica trasgressione del valore ad essi generalmente attribuito. Monti demitizza i valori tradizionali ironizzando su di essi, trasformando il loro significato e riafferma, in questo modo, l’importanza dell’azione soggettiva dell’artista al di fuori da canoni e schemi prestabiliti.


“Paolo Monti - Mutagene”
di Alessandra Ponente
da “Pubblicittà
No. 3, 1990, pp. 3, 11