Paolo Monti Bibliografia
Archivio ▪ 1997

      

 


Paolo Monti - Flottage
Roma, Musis 1997

di Paolo Balmas

Per la maggior parte delle persone entrare in rapporto con un’opera d’arte significa semplicemente porsi dinnanzi ad un quadro o ad una scultura e cercare di capire cosa ha voluto dire l’autore. Un modo di vedere le cose apparentemente elementare, ma in realtà basato su di un buon numero di presupposti che ad un’analisi più accurata risultano tutt’altro che pacifici. In altre parole dei veri e propri pregiudizi, quelli a suo avviso più limitativi rispetto alle modalità con le quali la nostra epoca, sempre più immersa nell’universo impalpabile delle tecnologie comunicazionali, va producendo la sua domanda di senso.

Proviamo ad elencarli. Il primo è la convinzione che una creazione artistica consista esclusivamente in ciò che abbiamo davanti; il secondo è la certezza che un’immagine d’arte debba essere qualcosa di ragionevolmente fermo nel tempo e nello spazio; il terzo è la fiducia nel fatto che un’opera non possa che esporsi integralmente al nostro sguardo; il quarto ed ultimo, infine, l’idea che la fruizione estetica resti comunque un processo esterno al suo soggetto e non autorizzato a modificarlo.

L’originalità della posizione di Monti tuttavia non consiste nell’aver individuato la necessità di insistere ancora su questo nucleo di problemi in forza di una loro rinnovata attualità, quanto nel modo di procedere prescelto. Un modo di procedere che ad onta della complessità teorica delle questioni poste sul tappeto, si avvale sempre e soltanto di esperienze le quali, nel coinvolgerci direttamente con persuasiva immediatezza, non rinunciano a stimolare in noi il senso del meraviglioso. Non rinunciano cioè ad allargare fattualmente i nostri orizzonti conoscitivi ora in virtù di un’ inusitata impostazione dell’evento prodotto ora grazie alla messa a punto di vere e proprie invenzioni tecniche fondate su di un uso creativo di conoscenze scientifiche più o meno elementari.

Così ad es. all’interno del ciclo di lavoro che Monti ha dedicato al denaro troviamo delle opere denominate “Perimetrazioni” in cui grazie ad un semplice espediente (il ritagliare il bordo di banconote poi rimesse in circolazione) il rapporto tra pubblico e manufatto artistico viene a snodarsi su due diversi percorsi: quello della fissità e consapevolezza e quello della mobilità e inconsapevolezza; ma troviamo anche delle installazioni, denominate “Immagine di dollaro” in cui addirittura il tempo del guardare distrugge materialmente un frammento di cartamoneta che potrebbe essere considerato come un valore certo e tuttavia nel far ciò instaura un valore di diversa natura.

Così all’interno di un altro ciclo di lavoro, questa volta basato sulle proprietà del mercurio, un’opera come “Specchio Elastico” (Elastic Mirror) grazie ad un sistema di sensori e ad un vibrooscillatore determina l’impossibilità per lo spettatore di vedere la propria immagine riflessa con nettezza su di una superficie specchiante che pure, ad evidenza, riflette tranquillamente l’ambiente che la circonda.

Così, infine, un’opera come “Flottage” fa si che tutti coloro che vengono a ricadere nello spazio di ripresa di un’apposita telecamera possono vedere proiettata dinanzi a se la propria sagoma colorata secondo i diversi livelli di emissione di calore dei rispettivi corpi nonché posta relazione diretta con movimenti volontari e funzioni organiche. Il che è come dire che viene a prodursi un nuovo tipo di ritratto in cui soggetto e riguardante in qualche modo si scambiano continuamente le parti fondendo tempo della vita e tempo della fruizione, spazio reale e spazio virtuale in una medesima creazione, in una pittografia collettiva il cui continuo mutare non contraddice la stabilità degli intenti e la ragion d’essere dell’intervento ideato dall’artista.



Paolo Balmas
in: "Paolo Monti - Flottage", Roma, Musis 1997