“OSSERVATORIO SINGOLARE”
di Giuditta Villa / 1994
Due tappe estive: a Perugia nella Rocca Paolina e a Città della Pieve
nel cinquecentesco Palazzo Corgna hanno siglato l’interessantissima
mostra curata da Gabriella Dalesio dal titolo Osservatorio
singolare. Ricco di spunti di riflessione, il progetto, anzi il
“percorso-progetto di mostra” come emblematicamente lo definisce la
curatrice, potrebbe quasi leggersi sdoppiato, come due mostre, l’una
aggiuntiva all’altra, l’una conseguenziale all’altra, con all’interno la
possibilità di ulteriori arricchimenti. Stessi gli artisti presenti in
ambedue gli appuntamenti, intenzionalmente caratterizzati da indirizzi
linguistici differenti e differenti fasce generazionali di appartenenza;
modificata invece nel secondo appuntamento la scelta di alcune delle
opere esposte, segno caratterizzante proprio di un evolversi “interno”
al progetto stesso, nell’ambito di quella “ulteriorità” cui sopra si
accennava. La definizione di Osservatorio singolare è
infatti la condizione metaforica per fare un primo punto della
situazione, a partire da un’analisi del Sé in quanto individuo, radicato
in una condizione “singolare” (inteso nella molteplicità dei sensi che
il termine denota), per un’osservazione e una riflessione sulla
contemporaneità. In un momento in cui nell’arte assistiamo ad una sorta
di polverizzazione, di frantumazione confusa, per cui lo sguardo si
annienta verso l’esterno anziché sondare i territori di un proprio
centro, di un’ “Amazzonia interiore”, per usare una definizione di
Gabriella Dalesio, l’attenzione alla singolarità dell’individuo, alla
sua diversità, è la condizione necessaria per un’ operazione di
ribaltamento dall’uniforme e dal troppo pieno dell’esistenza alla
incommensurabile ricchezza di una riduzione a unicità. Gli artisti
presenti nelle due mostre del resto hanno da sempre, in modi diversi,
adottato la loro ricerca come una sorta di crocevia tramite il
linguaggio flessibile della comunicazione a favore di una costante
dilatazione, di una estensione del senso dell’opera stessa. Ed è proprio
questa condizione di “dialogo” con l’altrove che fa sì che
nell’atmosfera del progetto circoli diffusa la percezione di opere
vissute come richiami all’altro da sé, diverso eppure contiguo. Questo
aspetto del resto, se da un lato è ulteriormente confermato dalla
presenza di due figure storiche come Eugenio Piccini, promotore nel 1962
della stagione della Poesia Visiva e William Xerra che sul finire degli
anni ’60 elabora una personale iconografia costituita, sulla base delle
esperienze concettuali, da frammentazioni di immagini e costanti
confronti con la parola e la citazione derivate da un iniziale
formazione nell’ambito della Poesia Visiva, dall’altro lo ritroviamo
anche nella ricerca degli autori più giovani e di quelli dell’ultima
generazione. Emblematico in tal senso è il lavoro di Licia Galizia , una
idea di scultura incorporea esistente solo nell’atto della sua
realizzazione, dove le traiettorie visive, solo indicate, sono
costituite da segni di metallo e giochi di ombre sulla parete,
considerando lo spazio come una pagina bianca. Le linee pertanto
trattengono un’idea di infinita possibilità e di imprevedibilità, con
una constante messa in discussione dell’individuo come soggetto e delle
sue facoltà percettive. Qualcosa di analogo avviene anche nella ricerca
di Paolo Monti dove la problematica relativa all’identità dei
soggetti trova il suo “Luogo” ne Lo specchio elastico
(“una superficie di mercurio interrompe il proprio stato di quiete ogni
volta che un osservatore tenta di specchiarvisi”). Qui la discontinuità
della forma riflessa disintegra e reintegra costantemente il
riconoscimento del Sé che vi si specchia, negando la possibilità del
ritrovarsi e del tempo di permanenza. Un’idea di pervasività e
relatività del tempo la ritroviamo nel lavoro dell’artista napoletana
Gloria Pastore dal titolo Tutto è nello stesso tempo, qui o altrove,
dove la memoria, la testimonianza e l’esperienza prefigurano una
veggenza in costante oscillazione fra l’interno e l’esterno e viceversa.
Infine il movimento del tempo, la scansione dei luoghi interiori sono
dunque la condizione per la trasmutazione: l’allontanamento della
coscienza per ritrovarsi e ritrovare il proprio e nello stesso tempo
“comune”. Tempo e Spazio. È questa la costante del dialogo con il mondo
esterno avviato dalla ricerca dello spagnolo Anton Roca.
“OSSERVATORIO SINGOLARE"
di Giuditta Villa
in: “Segno”, n. 136,
ottobre 1994
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