L’interattività è presente anche nei lavori di
Paolo Monti, che fin
dagli inizi della sua ricerca concepisce l’opera come “fenomeno” in
grado di promuovere una qualità percettiva diversa dall’ordinario. Nella
sua prima mostra personale presso la Galleria romana Arco di Rab (1993)
presenta i Quadri-Dimensione: Endofrottage e Ombra tecnica.
<<Endofrottage>> è composto di termoresistenze poste in una certa
configurazione sotto la superficie dell’intonaco, e collegate a cellule
fotoelettriche in grado di registrare la presenza del pubblico. Quando
qualcuno si avvicina alla parete, queste attivano le termoresistenze
che, producendo calore, appaiono colorate in superficie, per poi
sparire, non appena l’osservatore si allontani. In questa fase del
lavoro il calore, con la sua immaterialità, è tema centrale.
Nella stessa mostra l’artista espone Ombra termica: un semicerchio di
acciaio riscaldato al suo interno crea moti convettivi d’aria, la cui
ombra muta secondo il mutare delle presenze.
Il calore che si sprigiona da una reazione fisica –in cui la
processualità dell’opera è dichiarata- attiva una percezione particolare
nell’osservatore, la cui attenzione è portata sui fenomeni primari e
semplici. Tanto le ombre, quanto le configurazioni prodotte dalla
sistemazione delle termoresistenze, sono fenomenologicamente legate
nella loro reazione fisica al comportamento del pubblico. In questo caso
l’idea stessa di visibilità alla base del concetto di opera, modifica i
suoi presupposti, quasi che Monti spingesse verso la percezione
dell’invisibile.
Nei Flottages del 1994 il flusso di calore emanato da un oggetto termico
modificava la percezione delle superfici sulle quali era proiettato. Nei
successivi Flottages l’immagine torna ad assumere una visibilità
maggiore coadiuvata dal “ritorno alla figurazione”, infatti lo specchio
termico rimanda l’immagine cangiante dell’osservatore, scomposto nei
suoi flussi di calore. Nello Specchio elastico, che si basa sulle
proprietà del mercurio, è impossibile vedere la propria immagine nella
sua interezza. Lo specchio elastico tradisce infatti le comuni attese
dell’osservatore che inizialmente, camminandogli vicino, vede in esso
riflesso l’ambiente esterno, ma avvicinatosi, vi si vede deformato.
“Un cono di luce è generato da una sorgente luminosa posta ad altezza
stabilita in base a dei rapporti geometrici con l’ambiente che lo
contiene. La parte inferiore del cono si solidifica in un tronco di
acciaio, la cui base superiore è resa specchiante dal mercurio contenuto
al suo interno. Lo specchio di mercurio investito dal fascio generante
il cono, proietta sul soffitto una circonferenza luminosa all’interno
della quale saranno visibili, sotto forma di onde luminose, tutte le
vibrazioni che il mercurio riceve. L’osservatore, camminando in
prossimità del tronco del cono, vedrà in esso riflesso l’ambiente
circostante come in un comune specchio e solamente affacciandosi in
esso, nell’atto di specchiarvisi, vedrà la propria immagine scomporsi in
centri concentrici. Il parziale oscuramento del cono di luce da parte
dell’osservatore ‘nell’attimo di specchiarvisi’, genera ‘l’interazione’
con lo specchio, producendo l’alterazione dello stato di quiete del
mercurio, visibile anche all’interno della circonferenza luminosa sul
soffitto”
(P. Monti, Specchio Elastico – Trittico - , descrizione del
lavoro in mostra).
Questa descrizione del lavoro redatta dall’artista testimonia come il
suo procedere si inserisca nell’ambito dei processi scientifici. Dalla
scrittura non trapela alcun interesse diverso da quello direzionato alla
spiegazione del fenomeno fisico. L’artista si limita ad orientare una
visione alternativa che ribalta quella abituale. Conseguentemente nel
suo percorso, e sebbene recentemente l’impianto tecnologico si faccia
più evidente, l’interattività non è fatto aggiuntivo alla ricerca, ma ne
fonda l’ipotesi. Il passaggio dall’impianto minimale dei primi lavori
alle esperienze attuali in cui torna il corpo – ma un corpo visualizzato
ed un volto scomposto da leggi di rispecchiamento fisiche – corrisponde
forse, nella baraonda dei segni contemporanei, all’invito a specchiarsi
e a riflettere su se stessi.

Paolo Monti
di Lucilla Meloni,
in: L'Opera Partecipata,
Sony, Sala 1,
No.76, 1998
estratto - pagine 24-25-26-27