L’ALTRO: CENTRO DELL’ARTE
Villa Campolieto, Ercolano (NA)di Costanza Ferrini / 1993
L’Arte arriva sempre prima del linguaggio perché l’intuizione visiva e
tattile e la “lettura” del mondo è, prima di essere nominata dalla
parola. Oggi la filosofia e l’arte si trovano di fronte al medesimo
impasse. Prigioniere degli stessi codici che l’hanno sorrette nella
lunga tradizione occidentale, sono ora incapaci di colmare la lacuna fra
soggetto e oggetto, si sono svuotati di senso, non sono più in grado di
dire. Alla necessità di ricercare insieme nuove categorie capaci di
leggere il senso degli eventi, ha cercato di rispondere la
mostra-convegno Misure e Misurazioni. L’Altro: centro dell’arte, curata
da Gabriella Dalesio, che si è tenuta a Villa Campolieto ad Ercolano e
in parte all’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici a Napoli.
Lì
indice che un nuovo percorso di ricerca interdisciplinare è stato
intrapreso è da riscontrare anche nelle forme non rituali dell’evento: i
filosofi hanno seguito i percorsi della mostra accompagnati dai critici
e dagli artisti che, a loro volta, sono stati relatori al convegno. È la
stessa metodologia di progetto che diventa prassi segnica. Il primo
intento sotteso alla mostra e insito negli interventi del convegno è la
riappropriazione della radice del pensiero orientale prima ed eracliteo
poi che identifica essere e sapere.
“Sapienza/dire e fare/teso
l’orecchio/al nascere delle cose”, secondo le parole stesse di Eraclito.
La conoscenza non è un “oggetto” esterno a noi, ma è tale solo ciò che è
stato interiorizzato ed è diventato motore del nostro stesso agire. È
nel divenire che l’essere è realmente tale come dice un’antica poesia
per Siva “le mie gambe sono le sue colonne, il mio capo è cupola d’oro.
Le cose salde e immobili crollano, ciò che non ha requie rimane
intatto”.
Ed è proprio questa interezza nel divenire che colma la
separatezza fra il sé e l’Altro, sia perché appartengono alla stessa
totalità che li fa esistere, sia nella circolarità di ciascun sé che
proprio per il suo “essere intatto” include le alterità del soggetto
interne ed esterne ad esso. “Lo specchio – afferma Michelangelo
Pistoletto – ha la capacità di raddoppiare tutta la realtà tranne se
stesso e nella sua solitudine ha bisogno di conoscere l’altra parte di
sé che è la dualità” è la sua opera Distanze, trent’anni dietro lo
specchio il punto nodale che congiunge i due percorsi della mostra. Una
delle condizioni per poter conoscere l’altra parte di sé è il
cambiamento o lo stravolgimento del punto di vista.
L’ Osservatorio del
catalano Anton Roca è emblematico: recidere la condizione
spazio-temporale in cui forzatamente esistiamo e riappropriarci della
temporalità originaria che permette la misura del sé e dell’Altro in uno
spazio senza fratture ottenuto con la reintegrazione nella natura a cui
appartiene il soggetto che osserva e che conosce per essere a sua volta
ri-conosciuto. Il gesto compiuto da Marida Albanese è quello di
affacciarsi nel proprio centro, avendolo provocatoriamente posto
all’esterno, per scrutare la dualità interna al proprio essere: l’Arte.
Shirazeh Houshiary ribalta invece il principio stesso della visione: la
luce. Le sue opere hanno bisogno del buio e di uno sguardo meditativo
per liberare la luce che anima le spirali generatrici del divenire o
quelle del “waves of sarth” che il poeta arabo del XIII secolo Rumi,
identifica con il pensiero. Quando lo sguardo permea e s’incorpora
all’opera stessa diviene origine di ciò che “vede”, il suo punto di
osservazione muta insieme ad essa.
Il secondo filo rosso della ricerca e
della mostra è la sperimentazione di nuove categorie spazio-temporali e
la tensione verso un nuovo vocabolario. Questi elementi sono ragione e
diretta conseguenza del primo intento. Se è l’intero che diviene il
nuovo essere e l’Arte raccoglie nel sé circolare le proprie alterità ciò
che occorre sono misurazioni extradimensionali, che non possono seguire
la scansione lineare della successione.
Non ha più corso nemmeno la
valuta cubista della quarta dimensione, l’unica moneta che davanti ai
nostri occhi si dissolve è il dollaro di Paolo Monti che
provocatoriamente mostra la fatuità d’un valore che per molti è ragione
di vita, la dissolvenza del George Washington “in verde” è anche il
gesto di riconoscere un emblema nel riflesso di un’acqua in movimento.
Le onde che la increspano, spezzettano l’immagine rendendola
irriconoscibile: potrebbe essere “chiunque”, ma nessuno di coloro che
perseguono l’accumulazione è disposto a collezionare immagini d’un
chiunque.
“Non prima né dopo/ma in tempo medesimo/si unisce si
disfa/compare e scompare” (Eraclito).
Potrebbe essere questa la cifra
dell’opera di Cloti Ricciardi Le anomie del tempo, traiettorie che si
estendono dai tempi alchemici della memoria nei quali l’acqua, elemento
vitale, poteva essere guardata e misurata nel mestolo di rame a tempi
non quantificabili, areferenziali, in cui gli elementi, (il paiolo e la
sua misura) si liquefano entrambi in una pozza e attendono così nuove
misurazioni. Solo ritornando allo stato originario della fluidità, senza
pretendere l’utopia di una nuova verginità si possono tentare
dislocazioni del sé in uno spazio acategoriale.
Licia Galizia si pone
anch’essa in questa direzione: incidendo lo spazio delle pareti e non
semplicemente le tele come Fontana. La giovane artista con i suoi segni
di metallo e i giochi d’ombre, crea una nuova “non località nella
struttura spazio-tempo in cui il ruolo fondamentale è determinato
dall’instabilità del moto” (Gabriella Dalesio).
Sono da ricordare
inoltre le presenze di altri artisti quali Per Barclay, Paolo Bicco,
Fariba Hajamadi, Renato Mambor, Roberto Pietrosanti, Maria Semeraro e
Susanna Solano. Al convegno oltre agli artisti sono intervenuti
Alessandro Dal Lago, Simona Marino, Pino Ferraro, Pier Aldo Rovatti,
Carlo Sini e Vincenzo Vitiello. Fra i critici: Massimo Carboni, Cecilia
Casorati, Arcangelo Izzo, Ida Panicelli, Angelo Trimarco, Tommaso Trini
e Octavio Zaya. Un progetto di ricerca stimolante e “ardito”
nell’incontro e nell’apertura interdisciplinare in un dialogo da
approfondire.

“Misure e misurazioni. L’altro centro dell’arte”
di Costanza Ferrini
in “Segno”, n.121,
febbraio 1993