Paolo Monti Bibliografia
Archivio ▪ 1993

 

 

 


MISURE E MISURAZIONI

L’ALTRO: CENTRO DELL’ARTE

Villa Campolieto, Ercolano (NA)

di Costanza Ferrini / 1993


L’Arte arriva sempre prima del linguaggio perché l’intuizione visiva e tattile e la “lettura” del mondo è, prima di essere nominata dalla parola. Oggi la filosofia e l’arte si trovano di fronte al medesimo impasse. Prigioniere degli stessi codici che l’hanno sorrette nella lunga tradizione occidentale, sono ora incapaci di colmare la lacuna fra soggetto e oggetto, si sono svuotati di senso, non sono più in grado di dire. Alla necessità di ricercare insieme nuove categorie capaci di leggere il senso degli eventi, ha cercato di rispondere la mostra-convegno Misure e Misurazioni. L’Altro: centro dell’arte, curata da Gabriella Dalesio, che si è tenuta a Villa Campolieto ad Ercolano e in parte all’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici a Napoli.

Lì indice che un nuovo percorso di ricerca interdisciplinare è stato intrapreso è da riscontrare anche nelle forme non rituali dell’evento: i filosofi hanno seguito i percorsi della mostra accompagnati dai critici e dagli artisti che, a loro volta, sono stati relatori al convegno. È la stessa metodologia di progetto che diventa prassi segnica. Il primo intento sotteso alla mostra e insito negli interventi del convegno è la riappropriazione della radice del pensiero orientale prima ed eracliteo poi che identifica essere e sapere.

Sapienza/dire e fare/teso l’orecchio/al nascere delle cose”, secondo le parole stesse di Eraclito. La conoscenza non è un “oggetto” esterno a noi, ma è tale solo ciò che è stato interiorizzato ed è diventato motore del nostro stesso agire. È nel divenire che l’essere è realmente tale come dice un’antica poesia per Siva “le mie gambe sono le sue colonne, il mio capo è cupola d’oro. Le cose salde e immobili crollano, ciò che non ha requie rimane intatto”.

Ed è proprio questa interezza nel divenire che colma la separatezza fra il sé e l’Altro, sia perché appartengono alla stessa totalità che li fa esistere, sia nella circolarità di ciascun sé che proprio per il suo “essere intatto” include le alterità del soggetto interne ed esterne ad esso. “Lo specchio – afferma Michelangelo Pistoletto – ha la capacità di raddoppiare tutta la realtà tranne se stesso e nella sua solitudine ha bisogno di conoscere l’altra parte di sé che è la dualità” è la sua opera Distanze, trent’anni dietro lo specchio il punto nodale che congiunge i due percorsi della mostra. Una delle condizioni per poter conoscere l’altra parte di sé è il cambiamento o lo stravolgimento del punto di vista.

L’ Osservatorio del catalano Anton Roca è emblematico: recidere la condizione spazio-temporale in cui forzatamente esistiamo e riappropriarci della temporalità originaria che permette la misura del sé e dell’Altro in uno spazio senza fratture ottenuto con la reintegrazione nella natura a cui appartiene il soggetto che osserva e che conosce per essere a sua volta ri-conosciuto. Il gesto compiuto da Marida Albanese è quello di affacciarsi nel proprio centro, avendolo provocatoriamente posto all’esterno, per scrutare la dualità interna al proprio essere: l’Arte.

Shirazeh Houshiary ribalta invece il principio stesso della visione: la luce. Le sue opere hanno bisogno del buio e di uno sguardo meditativo per liberare la luce che anima le spirali generatrici del divenire o quelle del “waves of sarth” che il poeta arabo del XIII secolo Rumi, identifica con il pensiero. Quando lo sguardo permea e s’incorpora all’opera stessa diviene origine di ciò che “vede”, il suo punto di osservazione muta insieme ad essa.

Il secondo filo rosso della ricerca e della mostra è la sperimentazione di nuove categorie spazio-temporali e la tensione verso un nuovo vocabolario. Questi elementi sono ragione e diretta conseguenza del primo intento. Se è l’intero che diviene il nuovo essere e l’Arte raccoglie nel sé circolare le proprie alterità ciò che occorre sono misurazioni extradimensionali, che non possono seguire la scansione lineare della successione.

Non ha più corso nemmeno la valuta cubista della quarta dimensione, l’unica moneta che davanti ai nostri occhi si dissolve è il dollaro di Paolo Monti che provocatoriamente mostra la fatuità d’un valore che per molti è ragione di vita, la dissolvenza del George Washington “in verde” è anche il gesto di riconoscere un emblema nel riflesso di un’acqua in movimento. Le onde che la increspano, spezzettano l’immagine rendendola irriconoscibile: potrebbe essere “chiunque”, ma nessuno di coloro che perseguono l’accumulazione è disposto a collezionare immagini d’un chiunque.

“Non prima né dopo/ma in tempo medesimo/si unisce si disfa/compare e scompare” (Eraclito).

Potrebbe essere questa la cifra dell’opera di Cloti Ricciardi Le anomie del tempo, traiettorie che si estendono dai tempi alchemici della memoria nei quali l’acqua, elemento vitale, poteva essere guardata e misurata nel mestolo di rame a tempi non quantificabili, areferenziali, in cui gli elementi, (il paiolo e la sua misura) si liquefano entrambi in una pozza e attendono così nuove misurazioni. Solo ritornando allo stato originario della fluidità, senza pretendere l’utopia di una nuova verginità si possono tentare dislocazioni del sé in uno spazio acategoriale.

Licia Galizia si pone anch’essa in questa direzione: incidendo lo spazio delle pareti e non semplicemente le tele come Fontana. La giovane artista con i suoi segni di metallo e i giochi d’ombre, crea una nuova “non località nella struttura spazio-tempo in cui il ruolo fondamentale è determinato dall’instabilità del moto” (Gabriella Dalesio).

Sono da ricordare inoltre le presenze di altri artisti quali Per Barclay, Paolo Bicco, Fariba Hajamadi, Renato Mambor, Roberto Pietrosanti, Maria Semeraro e Susanna Solano. Al convegno oltre agli artisti sono intervenuti Alessandro Dal Lago, Simona Marino, Pino Ferraro, Pier Aldo Rovatti, Carlo Sini e Vincenzo Vitiello. Fra i critici: Massimo Carboni, Cecilia Casorati, Arcangelo Izzo, Ida Panicelli, Angelo Trimarco, Tommaso Trini e Octavio Zaya. Un progetto di ricerca stimolante e “ardito” nell’incontro e nell’apertura interdisciplinare in un dialogo da approfondire.



“Misure e misurazioni. L’altro centro dell’arte”
di Costanza Ferrini
in “Segno”, n.121,
febbraio 1993