L’esperimento estetico di Paolo Monti gioca un ruolo molto
importante, mettendo in atto tante e complesse tipologie formali e
altrettanti contenuti. Il più importante tra questi è puntualizzare
un uso della tecnica e della scienza di tipo non strumentale ma
epocale e di fondo. Infatti, se da sempre le avanguardie artistiche
e i loro echi hanno utilizzato la scoperta scientifica come un fatto
strumentale per evidenziare un linguaggio, che assurgeva anche a
contenuto. Monti manipola lo “strumento” scientifico visualizzando
un evento, trasformando il mezzo quindi in segno, supporto,
linguaggio e contenuto. È un’affermazione importante che implica la
volontà di astenersi dal costruire uno stile o movimento e segna un
aposizione diversa, che si contrappone al tecnicismo dell’arte del
novecento. Monti paradossalmente supera il tecnicismo
attraverso la tecnica stessa. L’atteggiamento dell’artista segnala
anche una posizione differente rispetto ad alcune frange
movimentiste, che risultano ancora intrappolate in un’attitudine
illustrativa della tecnica e del tecnicismo (vedi alcuna videoarte,
computerarte, realtà virtuale, ecc.), improntate ad evidenziare
ancora un “linguaggio modernista”.
Un’altra osservazione importante da fare è che l’ “esperimento
estetico” dell’artista mira a rivelare e rilevare il fenomeno
(due momenti essenziali alla costruzione dell’evento) che è, grazie
a questo, di natura propriamente scientifica. Il rilevare, come
attitudine al misurare e quantizzare, è di diritto anche una qualità
dell’attitudine estetica; meglio ancora il rivelare (verità, inganni
e disinganni), che da secoli è uno dei pilastri dell’arte europea.
Il tipo di arte che si è poggiato su queste posizioni era ed è
un’estetismo che si affranca dall’ansia di voler rappresentare il
mondo nel suo stato storico e sociale, salvaguardandosi dallo
scadere in fenomeni di moda e di costume. Senza naturalmente
demonizzare questi ultimi si deve però annunciare che nel caso di
Monti siamo (appunto su posizioni diverse) su un tipo di arte che si
lega all’universale abbandonando, alle sue spalle quella più mondana
legata al quotidiano. Una scelta ben precisa.
In che modo l’opera in atto alla Planita riesce a “coagulare” e a
convogliare tutto questo? Attraverso la fusione dell’evento
con un senso della poetica.
Il “Flottage” che Monti mette in scena è una sorta di “specchio
termico”.
Una telecamera a raggi infrarossi raccoglie le onde termiche emanate
da una sorgente e le proietta su di uno schermo. Tutto ciò che
s’intromette tra l’una e l’altro (la vita, il movimento, l’uomo)
essendo causa di un flusso termico, si trasmette allo schermo come
l’ “ombra termica” di quei corpi che causano l’emanazione vitale del
flusso di energia.
L’opera diventa così uno specchio al negativo o dell’assenza,
esattamente l’opposto dell’effetto specchiante del mercurio poiché
rivela lo stato emotivo che solitamente non appare. A livello
fenomenico, che è altrettanto reale ed esistente del visuale, il
nostro corpo può concretizzare una sorta di assenza o di
incorporeità in un immagine riconoscibile. O addirittura come in
questo caso la nostra realtà vitale può generare un altro stato
altrettanto vitale, la vita attiva la vita.
Un giudizio tratto da un’osservazione, un rilevamento che diventa
rivelazione poetica e filosofica sullo stato vitale stesso. E questo
credo che sia, tra gli altri un contenuto estremamente alto che si
percepisce dall’opera.
Un’opera che orchestra magistralmente l’atteggiamento estetico e
quello visivo.
Ada Lombardi
“Lo specchio termico” in: Flottage, Roma, Musis 1995