“Linguaggio è scelta”
di Lucilla Meloni / 2008
Nel 1975 Fabio Mauri realizza un’opera-libro dal titolo “Linguaggio è guerra” in
cui fotografie della seconda guerra mondiale tratte da riviste inglesi e
tedesche sono state trasformate da tagli e montaggi. Ne esce un universo
ideologico che ha perso il suo pathos, la sua violenza, per mostrarsi come
normale successione di atti di vita. Il lavoro è una riflessione sull’autarchia
del linguaggio, sulla sua menzogna, sulla sua intolleranza, sulla sua tirannide;
solo l’esercizio della critica, sostiene l’artista, può essere un rimedio alla
distorsione dell’ideologia e del linguaggio. “(…) Il libro si chiede se l’uomo
come idea e come fatto in sostanza è quel linguaggio. Cosa lo differenzia dal
suo linguaggio. L’aderenza tra linguaggio e uomo è così stretta, in condizione
di guerra, che sul tavolo analitico se ne ricava una nozione antropologica
maligna: il linguaggio è cattivo, o il suo uomo lo è, o l’uno e l’altro lo sono.
Proprietario assoluto, da essere naturalmente sterminatore di chiunque altro
contrasti tale momentanea identità. O entrambi sono radicali, buoni conduttori
di errore e verità, ma ai loro caratteri lo sterminio è ragionevole. Tale dato
vale anche per l’uso del falso, rispetto alla verità creduta. A costo di
difendere il nucleo, il linguaggio mente. (…) Non uccido io, ma un segno uccide,
arbitro dei propri motivi, per sé e per me, scagionandomi. Si può comprendere
l’attrazione che periodicamente la guerra ha esercitato su artisti non ingenui,
vedi i Futuristi, per la straordinaria concentrazione di risorse espressive che
un conflitto mette in campo. Una bellezza fuori misura non si disgiunge dalla
catastrofe. L’estetica imperversa nei campi di devastazione, come si trovasse
sul proprio vero territorio motivazionale…”
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1.Aperture, 9, 2000
1 F. Mauri, Linguaggio è guerra, Massimo Marani edizioni, Roma, 1975
Il linguaggio torna ad assumere grande importanza nei
momenti più drammatici della storia, quando la lingua si sottomette,
si fa interprete e veicolo di concetti fino a poco prima
impensabili e quindi indicibili.
E così accade che la lingua della filosofia diventi la lingua
capace di articolare e di scrivere le parole dello sterminio 2.
Se il linguaggio siamo noi, non c’è scelta che non si situi all’interno
di un universo linguistico.
Nella ricerca artistica, letteraria, teatrale, cinematografica, i
momenti di rottura con la tradizione e di innovazione sono stati
caratterizzati dalla sperimentazione linguistica, dall’utilizzazione
cioè di un “segno” che da chiuso, legittimato all’interno di un
universo riconosciuto e riconoscibile, si fa aperto.
Basti pensare alla tecnica del fotomontaggio utilizzata in ambito
dadaista da Hannah Hoch, da Raoul Hausmann, da John Heartfield,
che a partire dalla stampa contemporanea, nel creare un
assemblaggio incongruo, gioca su un principio di entropia e di
accavallamento semantico.
Uno dei presupposti teorici dell’avanguardia è stato proprio la
sperimentazione dei moduli espressivi con la relativa messa in
discussione della processualità della pittura e della scultura e
quindi dei concetti, fino ad allora in voga, di genere e di stile. Le
avanguardie si appropriano dei nuovi mezzi di comunicazione
secondo la logica per cui ogni segno poteva essere decodificato e
ricodificato sia nel montaggio che nel fotomontaggio attraverso
le tecniche dello straniamento e della decontestualizzazione.
Nasce ora quella trasversalità dei codici che tuttora viviamo:
un perenne gioco di interferenze tra universi di significato apparentemente
distanti, che l’artista plasma in funzione di un nuovo
messaggio.
Il linguaggio dell’avanguardia, dai ready-made duchampiani ai
collage, ai manifesti, mette in gioco non solo l’immagine dell’iconografia
tradizionale, ma il suo processo di formazione.
Nei collage cubisti di Braque e Picasso eseguiti tra il 1911 e il
1913 si fissa la sopravvenuta concezione del quadro inteso non
più come totalità in sé conchiusa, membrana tra il soggetto, l’artista,
e l’oggetto, il mondo, ma come luogo aperto ad inglobare i
frammenti del reale.
92
2 In riferimento le parole di Grossman in D. Grossman, Vedi alla voce: amore,
Mondadori, Milano, 1988 (1986).
La scelta dell’universo linguistico diventa perciò il momento
della verità dell’opera, indipendentemente, a volte, dalle dichiarazioni
programmatiche dell’artista, o addirittura in contraddizione
con esse.
Battaglie ideologiche si svolgono intorno al linguaggio!
È il caso del dibattito che contrappone nell’Unione Sovietica
degli anni Trenta all’avanguardia i cantori del realismo, realismo
inteso dallo Stato come unica forma adeguata a dar voce alle
masse; dibattito che si ripeterà in maniera simile nell’Italia del
dopoguerra tra realismo e astrattismo.
La duttilità del segno, inteso come un pieno di significato che
si presta alla molteplicità e al principio di ambiguità insiti in se
stesso e nella sua interpretazione, caratterizza le ricerche artistiche
che fanno dell’apertura il proprio presupposto teorico.
Ogni opera si presta per sua natura alla molteplicità delle interpretazioni,
secondo l’“orizzonte di attesa” dell’osservatore, attesa
conseguente alle sue condizioni storiche, al suo vissuto; ci
sono poi opere che chiameremo “partecipate”, che trovano il loro
compimento nell’azione esercitata dal pubblico, che passa così
dal ruolo di osservatore a quello di soggetto partecipante 3.
Queste opere chiamano colui che guarda ad assumersi una
parte di responsabilità nel loro compimento; la processualità,
propria della forma che si modifica e della percezione che se ne
ha, sostituisce l’oggetto artistico compiuto, definito e separato
dal mondo, e il presente, come tempo dell’accadimento, subentra
al tempo metastorico dell’arte.
L’artista, da parte sua, fa una scelta programmatica concependo
l’opera come l’inizio di un processo che si realizza nel momento
in cui un soggetto diverso dall’autore interviene su di esso.
La storia dell’apertura inizia alla fine degli anni Cinquanta e
trova i suoi precedenti in alcune ricerche delle avanguardie storiche.
È nello sconfinamento praticato dalle avanguardie, infatti, che
si rintraccia la prima causa di mutamento della sensibilità percettiva
dello spettatore: qui torna con ricorrenza il problema della
percezione e della fruizione dell’opera. Dall’intento futurista di
portare lo spettatore al centro del quadro, alle codificazioni di
Laszlò Moholy-Nagy per il quale “l’arte è la macina dei sensi”,
si rivela come centrale la capacità percettiva del fruitore. A lui è
richiesta una partecipazione forte di tipo sensoriale in grado di
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3 In riferimento: L. Meloni, L’opera partecipata. L’osservatore tra
contemplazione
e azione, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2000.
muoversi all’interno della sinestesia dei linguaggi tra pittura,
fotografia, enunciato linguistico e luce; nasce un osservatore a
cui non basta più la contemplazione.
Nel teatro e nel cinema, negli stessi anni, da Gropius a Piscator,
a Mejerchol’d, a Ejzenstejn, a Schlemmer si sviluppano procedimenti
di montaggio scenici e cinematografici atti, nel rinnovamento
delle stesse leggi del teatro, a coinvolgere il pubblico in
maniera nuova.
Nel Teatro futurista e dadaista questo è chiamato in causa; in
Russia Ejzenstejn sperimenta il “montaggio delle attrazioni”:
“(…) Rappresentando il ‘Saggio’ di Ostrovskij al teatro del Proletkul’t,
nel ’23, Ejzenstejn si propone di violentare l’energia nervosa
del pubblico: lo spettacolo è portato a ridosso dello spettatore,
in una sorta di circo, in cui il frammentismo esasperato delle
prime scenografie della Ekster è tradotto in azione. (…) Il ‘montaggio
delle attrazioni’ si rivolge unicamente ai nervi del pubblico:
non a caso, alla fine dello spettacolo, Ejzenstejn fa scoppiare
dei petardi sotto le sedie della platea”, scrive Manfredo Tafuri 4.
Si può affermare che nella sperimentazione teatrale l’idea dell’opera
partecipata trovi le sue prime realizzazioni; la ricerca artistica
si aprirà all’osservatore con le neoavanguardie degli anni
Sessanta.
Il 1962 appare come un anno estremamente importante:
Michelangelo Pistoletto espone per la prima volta alla Galleria
La Promotrice di Torino i quadri specchianti, che riflettevano la
presenza dell’osservatore, che si trovava ad essere parte dell’opera,
a modificarne l’immagine per la durata del tempo in cui vi
si specchiava.
Umberto Eco pubblica per Bompiani “Opera Aperta. Forma e
indeterminazione nelle poetiche contemporanee” in cui nel trattare
dell’arte cinetica e informale focalizza l’attenzione sul ruolo
dell’osservatore e parla di “consumazione” dell’arte 5.
Nel maggio dello stesso anno Eco presenta in catalogo la prima
mostra di arte programmata allestita al negozio della Olivetti a
Milano, che vede la partecipazione del Gruppo N e del Gruppo T;
94
4 M. Tafuri, La sfera e il labirinto. Avanguardie e architettura da Piranesi
agli
anni ’70, Einaudi, Torino, 1980, pp. 123-124.
5
Nell’Introduzione alla seconda edizione, del 1967, in riferimento
all’ambiguità
dell’ opera come “pluralità di significati che convivono in un solo
significante”,
Eco aggiunge che: “tale ambiguità diventa – nelle poetiche contemporanee
– una delle finalità esplicite dell’opera, un valore da realizzare a preferenza
di altri …”.
ricerche programmate che sono le prime a presupporre l’intervento
attivo, e non solo di “rispecchiamento”, dell’osservatore.
Nell’Introduzione al catalogo l’autore parla dell’avvenuto
mutamento nell’universo percettivo dell’uomo contemporaneo e
di “pratica formativa”: “(…) La stabilità del ciclo solare vale
come punto di riferimento per la sensibilità di un uomo che sta
fermo sul pianeta mentre il pianeta si muove. Ma un uomo che
muove col pianeta e in direzione opposta, a velocità superiore?
Tutto il suo modo di pensare, di percepire, di far funzionare i
riflessi cambierà. E tanto meglio se i geometri delle forme, i pianificatori
delle polveri di ferro, gli architetti delle sfere giustapposte,
i lirici dei motorini elettrici che muovono nastri colorati,
olii, superfici di rete, perspex, luci, lastre, tasselli e cilindri, lo
avranno abituato a considerare che le forme non sono qualcosa di
immobile che aspetta di essere visto, ma anche qualcosa che ‘si
fa’ mentre noi lo ispezioniamo”
6.
Quel qualcosa che “si fa” racchiude
le ipotesi progettuali di ogni opera aperta e, particolarmente,
dell’arte programmata.
L’opera partecipata, dall’arte programmata agli “ambienti sensibili”
di Studio Azzurro, mette in discussione i principi di rappresentazione,
di unicità e di separatezza dell’opera d’arte tradizionale,
che nella distanza tra sé e il mondo trova uno dei suoi
elementi costitutivi.
Infatti se c’è rappresentazione, l’osservatore ne può fare parte;
l’opera si può presentare come mutevole; la partecipazione attiva
di chi guarda ne annulla la separatezza.
L’osservatore si specchia nelle superfici riflettenti di Pistoletto,
o nello “Specchio tachistoscopico” di Sergio Lombardo, si
specchia con il calco del volto di Mattiacci nel lavoro “Sostituirsi
con una parte dell’artista” o vede la sua immagine decostruita
dal flusso di calore nei “Flottages” di Paolo Monti; si trova all’interno
di una scena nelle installazioni di Paul Garrin, porta a compimento
la rappresentazione negli “ambienti proiettivi animati”
di Luca Patella, o nella utilizzazione degli edifici di “Public Art”
di Vito Acconci.
L’osservatore si trova di fronte ad immagini mutevoli, quelle
che attivava nell’arte programmata e cinetica, percorre gli spazi
stranianti del Gruppo T, partecipa alla decostruzione o alla scomparsa
dell’opera, come nella consumazione delle uova di Piero
95
6 U. Eco, Arte programmata, catalogo della mostra, Milano, 1962, in U. Eco,
La definizione dell’arte, Garzanti, Milano,1984 (1968-1972), p. 236.
Manzoni, nella “scultura da prendere a calci” di Gabriele De Vecchi,
nei “Moduli scalari” di Nicola Carrino e nei “Take one” di
Ettore Innocente; si fa direttamente autore nel lavoro “La mostra
di tutti” di Gea Casolaro; porta alla luce il racconto negli
“ambienti sensibili” di Studio Azzurro, vede deformarsi sotto la
sua azione il corpo di Marcel Li Roca; nel lavoro di Muntadas
“The File Room” inserisce nel computer dati sulle opere censurate,
scandisce il fluire e l’assemblaggio delle immagini, come
nel lavoro di Peter Weibel “L’immagine tangibile”, o in “Zapping
Zone” di Chris Marker.
L’osservatore posto davanti al computer percorre l’opera, che
muta sotto i suoi input.
Nasce un osservatore che si muove tra contemplazione e azione,
che contempla ciò che in qualche modo egli stesso produce,
chiamato in causa prepotentemente ad assumersi una parte di
responsabilità in quel momento eccezionale che è il venir fuori di
un’immagine.
Opere che non ingenerano soggezione, perché si presentano
come percorribili, utilizzabili, campo di esperienza condivisibile;
che si fondano decisamente sul presente, sull’accadimento, su un
rinnovato principio di “hic et nunc”, che si sviluppa nell’esperienza,
per cui l’opera partecipata si fa prassi.
Il tempo dell’opera viene dunque a coincidere con quello, vero,
della vita: con il tempo reale che scandisce l’azione dell’osservatore
e, non a caso, la prima superficie specchiante di Pistoletto si
chiamava “Il Presente”.
L’artista che opera in questa direzione affida all’altro il compimento
del suo progetto e l’opera, che annulla la distanza che la
separa dagli altri, appare innanzi tutto come antiautoritaria, generosamente
a disposizione di chi voglia avvicinarsi ad essa. L’artista
compie una scelta che si allontana dalla autoreferenzialità
del linguaggio, e perciò il segno si presenta come estremamente
duttile, sebbene, ovviamente, all’interno della griglia progettata.
In questo percorso lo spettatore sembra assumere grande
importanza.
Dichiara Pistoletto: “Il quadro ‘specchiante’ mette letteralmente,
oltreché psicologicamente, lo spettatore all’interno del quadro.
Lo spettatore si vede come spettatore, vede se stesso all’interno
del quadro. Questo è il raggiungimento di una terra promessa.”
7
96
7 M. Pistoletto, in G. Celant, Pistoletto, Fabbri, Milano, 1992, p. 28.
Sono esemplificative anche le affermazioni di Gianni Colombo:
“Io ho sempre sostenuto che i miei lavori avevano una caratteristica
di autotest: non erano fatti per ricavare dei dati, ma per
emancipare lo spettatore dal suo stato di percezione, rendendolo
cosciente di quello che lo riguardava, che è una condizione della
sua esistenza. Quindi le mie operazioni corrispondevano a una
rappresentazione che mette in scena la percezione stessa, senza
pretendere di scoprirla, di indagarla scientificamente”
8.
Come accennato in precedenza la scelta di “aprire” agli altri si
sistematizza negli anni Sessanta nella dimensione performativa
che investe la ricerca visiva e il teatro.
Negli stessi anni una stessa necessità si rintraccia nella letteratura
e nel cinema. In Italia opera il “Gruppo ’63”, in Francia il
“Nouveau Roman” teorizzato da Alain Robbe-Grillet, che costituiscono
la finzione a partire da motivi o temi generativi, esibendo
i procedimenti della narrazione, di cui, al di là appunto dei
procedimenti, è impossibile dare un’interpretazione univoca.
L’ambiguità che fonda la ricchezza delle interpretazioni va
intesa nel Nouveau Roman come possibilità di scelta, da parte del
lettore, di diversi e alternativi percorsi all’interno della struttura
narrativa. È ambiguo il narratore ed è ambigua la trama, il romanzo
non è più presentazione di fatti e personaggi legati al principio
di verosimiglianza, ma è autorappresentazione. Il lettore a sua
volta si muove in un cosmo non definito, in cui è costretto a giocare
un ruolo attivo alla ricerca del significato.
Si è parlato, per il Nouveau Roman, di “morte” del personaggio,
inteso come coscienza unitaria che ordina il mondo; nel cinema
Alain Resnais traspone le poetiche del Nouveau Roman e
dichiara: “Penso che si possa arrivare a un cinema senza personaggi
psicologicamente definiti, dove il gioco dei sentimenti si
sviluppi, come in un quadro contemporaneo: il gioco delle forme
è più importante del soggetto”
9.
Come nella letteratura, nel cinema sparisce il personaggio narratore:
il film “L’année dernière à Marienbad”, collaborazione tra
il regista e Robbe-Grillet, premiato a Venezia con il Leone d’oro
nel 1961, sovverte ogni linearità della scansione spazio-temporale
degli avvenimenti. Nel film vari elementi contribuiscono alla
resa della realtà quanto mai ambigua e spaesante, come il sonoro
97
8 Storia come filtro della qualità, Intervista a Gianni Colombo di Jole De
Sanna, in I Colombo, catalogo della mostra, Milano, Mazzotta, 1995, p. 295.
9 P. Bertetto, Alain Resnais, Bologna, 1976, p. 14.
che trasmette un rumore di passi sulla ghiaia, mentre l’inquadratura
mostra l’interno di un albergo. Pertanto lo spettatore, attraverso
la percezione continua di nuovi elementi, è costretto a mettere
in discussione la sua interpretazione precedente.
Allo spettatore viene fatto credito. Nel testo sceneggiatura
scritto da Robbe-Grillet per Alain Resnais si legge: “(…) Si intuisce
un po’, in questa prospettiva, ciò che possono essere le immagini
di ‘L’anno scorso a Marienbad’ che è appunto la storia di un
comunicare tra due esseri, un uomo e una donna, di cui l’uno propone
e l’altra resiste, e finiscono per trovarsi riuniti, come se
fosse da sempre. Insomma lo spettatore ci è sembrato già molto
preparato a questo genere di racconto da tutto il gioco dei flashback
e delle ipotesi oggettivate. Corre rischio, tuttavia si dirà, di
impelagarsi, se non ha di tanto in tanto le ‘spiegazioni’che gli
permettano di situare ogni scena al suo posto cronologico e al suo
grado di realtà oggettiva. Ma noi abbiamo deciso di fargli credito,
di lasciarlo da cima a fondo alle prese con soggettività pure.
Due atteggiamenti sono allora possibili: o lo spettatore cercherà
di ricostituire qualche schema ‘cartesiano’, il più lineare che gli
sia possibile, il più razionale, e questo spettatore stimerà probabilmente
il fim difficile, se non incomprensibile; oppure invece si
lascerà trasportare dalle straordinarie immagini che avrà davanti,
dalla voce degli attori, dai rumori, dalla musica, dal ritmo del
montaggio, dalla passione dei protagonisti.... a quest’altro spettatore
il fim sembrerà il più facile che abbia mai visto: un film che
non si rivolge ad altro che alla sua sensibilità, alla sua facoltà di
guardare, di ascoltare, di sentire e di lasciarsi commuovere” 10.
Nel 1968, nel clima di ricerca che caratterizza gli scrittori di
“Tel Quel”, Roland Barthes pubblica il saggio “La mort de l’auteur”
in cui riflette sulla “supremazia” del lettore sull’autore.
L’autore, inteso come soggetto assoluto che parla, è sostituito
dallo “scrittore”, colui che dispone di un linguaggio preesistente,
sede della molteplicità e dell’ambiguità, campo di variabili che
soltanto il lettore ordina e interpreta.
Se la scrittura è il luogo della perdita di identità dell’autore,
perché appena un fatto viene raccontato perde la sua origine, il
lettore, figura di cui la critica non si è mai occupata, diventa, nel
pensiero di Barthes, origine e destinazione della scrittura stessa.
“(…) Si svela l’essere totale della scrittura: un testo è fatto di
98
10 A.Robbe-Grillet, L’anno scorso a Marienbad, Einaudi, Torino, 1961, pp.
17-18.
scritture multiple, uscite da diverse culture che entrano reciprocamente
in dialogo, in parodia, in contestazione; ma c’è un luogo
dove questa molteplicità si riunisce, e questo luogo, non è l’autore,
come è stato detto fino ad oggi, è il lettore: il lettore è lo spazio
stesso in cui si iscrivono, senza che nulla si perda, tutte le
citazioni di cui è composta una scrittura; l’unità di un testo non è
nella sua origine, ma nella sua destinazione; ma questa destinazione
non può più essere personale: il lettore è un uomo senza
storia, senza biografia, senza psicologia; egli è solamente quel
‘qualcuno’ che tiene uniti in uno stesso campo tutti i tratti di cui
si costituisce la scrittura”
11.
Perciò, dice Barthes, la nascita dell’autore comporta necessariamente
la morte dell’autore.
Pensiero che rimanda immediatamente al libro di Italo Calvino
“Se una notte d’inverno un viaggiatore” in cui il discorso diretto
lega l’autore al lettore. “(…) È già un paio di pagine che stai
andando avanti a leggere e sarebbe ora che ti si dicesse chiaramente
se questa a cui io sono sceso da un treno in ritardo è una
stazione d’una volta o una stazione d’adesso; invece le frasi continuano
a muoversi nell’indeterminato, nel grigio, in una specie
di terra di nessuno dell’esperienza ridotta al minimo comune
denominatore. Sta’ attento: è certo un sistema per coinvolgerti a
poco a poco, per catturarti nella vicenda senza che te ne renda
conto: una trappola. O forse l’autore è ancora indeciso, come
d’altronde anche tu lettore non sei ben sicuro di cosa ti farebbe
più piacere leggere…”
12
99
11 R. Barthes, La mort de l’auteur, “Mantéia”, n. 5, 1968, p. 17 (traduzione
italiana
dell’autrice).
12 I. Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, Torino, 1979, pp.
12-13.

“Linguaggio è scelta”
di Lucilla Meloni / 2008