LE EPIDERMIDI DEL
VIDEO CONTEMPORANEO
di Gianluca Marziani / 1996
Terzo viaggio su questa
rivista col mondo istantaneo e frammentario del video. I primi due
percorsi si bilanciavano sulla forza di una corporabilità che definiva i
testi formali delle opere e l’intero contesto in cui i corpi
rappresentavano una situazione dinamica; ora, all’ennesimo innesto di
scrittura proprio attorno alla potenza epidermica del video, vorrei
innanzitutto tirare le somme teoriche nei punti fondamentali di questo
videovagabondaggio a perlustramento libero. Diciamo, allora, che l’uso
del video nelle arti visive alimenta la presenza del corpo quanto il
corpo alimenta l’impressione sulla materia che fissa le immagini
riprese. È lui, Mister Body, l’elemento di rottura-ricostruzione in
questi ultimi trent’anni di videologie radicali. Proprio il corpo umano,
immesso in un contesto di dilatazione e compressione del proprio essere
ma anche del luogo-video in cui è andato a convivere, emerge come reale
punto di convergenza delle migliori ricerche sull’identità possibile del
video nel contesto degli avanguardismi. Rispetto ad un cinema che usa il
corpo nella sua “normalità” non solo fisiologica ma soprattutto
narrativa e progressiva, il video si mostra come corpus frenetico,
fisiologicamente coraggioso, radicale per uno stato di innata
esagerazione oltre i confini del limitante “normale” acquisito. E quando
ha esagerato nel migliore degli sperimentalismi possibili, il video lo
ha fatto partendo da un corpo a cui tornava, inderogabilmente; pensiamo
a tutto il “New American Cinema” che , arrivando sì al 16mm ma sempre
partendo da un retroterra di “povertà” in video, ha condotto il corpo
umano negli stadi dell’incoscienza e della coscienza libera, dello
spirito e delle carni caldissime e iperalgide. Negli ultimi dieci anni,
memori spesso inconsci delle lezioni che certa underground diffondeva,
ecco i video che conosce il corpo postorganico, le mutazioni
inorganiche, tanti momenti di fisicità ormai informatizzata, tutto così
cyborg nel battito cardiaco: è il mondo di Mike Kelley, Cady Noland,
Kiki Smith, Charles Ray, Jana Sterbak, Mona Hatoum, Damien Hirst, Cesare
Fullone, Myriam Laplante…fino alle documentazioni in video di Orlan,
Stelarc, Marceli Antunez Roca; sono loro ed altri i protagonisti
dell’ultimo gradino secolare di una presenza corporale che continua ad
imprimere la materia del video. Vince, in tutto l’ambito che qui ci
interessa, la particolare propensione ad una dialettica di “impatto” col
corpo coinvolto; che sia filtrato nel virtuale, modificato da fiction
manuali o lasciato al suo stato primario, il corpo-video dell’ultimo
trentennio è un organismo che comunica usando i termini di forza
interiore, potenza retinica e scardinamento di memorie anestetizzate.
E
allora, arrivando da quelle vie scoscese a due estremi di un’Italia tra
anni Settanta e presente, ci accorgiamo che dal realismo in dettaglio di
Domenico Colantoni agli estremi acidi di Paolo Monti non corre
differenza d’impatti quanto di mezzi e percorsi scelti. Entrambi, dal
passato underground di Colantoni all’ipertecnologia di Monti, comunicano
coi tre punti sopraelencati e raccontano alternative davvero estreme ed
efficaci del corpo in un medium contemporaneo. Diciamo subito che del
video nemmeno condividono tutto in quanto, tecnicamente, hanno parametri
interni anche discordanti. Domenico Colantoni ha usato il superotto con
tutte le aperture anarchiche che solo la manegevolezza in video
permette; Paolo Monti, invece, si dedica ad una termocamera che
riprende, su grande schermo nero, le fisionomie cromatizzate di
qualunque di qualunque cosa passi davanti all’obiettivo.
Per Monti, il
videologismo è nelle frequenze dello stile di ripresa, nella possibilità
di filmare quel percorso di corpi ora visualizzati da un macchinario
complesso che spoglia il fisico di ogni segreto (all’inaugurazione della
sua mostra alla Galleria romana Planita, si potevano notare, tra alcune
donne filmate, le tracce di silicone in parti specifiche del viso).
Passando a Colantoni, pittore e filmmaker che guarda al mondo con
l’occhio acuto di una costante passione per il dettaglio, il superotto
anni Settanta conduceva ad un impatto del realismo domestico ai limiti
del documentario silenzioso. Due lavori come Eros e Thanatos e Amour et
joie sont ma vie scrutano i corpi nella loro epidermide grezza,
affondano l’occhio filmico nella carne e anticipano decine di percorsi
in cui l’erotismo sarà quello di una metafisica ancora possibile del
frammento corporale: e sempre, da notare, usando l’ironia sottile come
chiave di ulteriore decodifica delle immagini. A proposito di ironia e
corporalità nel video, facciamo un altro salto tra due momenti così
apparentemente lontani tra loro: Gilbert and George da un lato, Giorgio
Lupattelli dall’altro, entrambi capitati al mio sguardo negli ultimi
tempi. Sui due britannici, visti alla Galleria Comunale d’Arte Moderna
di Bologna con quella che rimane la più bella mostra italiana degli
ultimi anni, un magnifico flashback coi video underground che permette
voli pindarici dei due in un trucco visivo verso Méliés ma sempre
sorvolando la Londra dei cortometraggi “Free Cinema” anni Cinquanta. Con
Lupattelli, visto a Roma per la personale alla galleria il Ponte, la
pittura corporale da pannello pubblicitario trova le parole lapidarie di
una semiotica contemporanea e ci rimanda al suo video dove i corpi
sociali si ricompattano al fisico bianconero di una pittura che è già
video nella sua formulazione estetica (è poi quello che avviene con
Basilé, Pintaldi, Martegani, Kirchhoff, Mazzoni, De Grandi, Carbone,
Bazan, Pisano…tutti già nelle dinamiche mentali del mondo videofilmico).
Vista la presenza intima e corporale di questo viaggi tra brevissimi
frammenti in video, quale miglior chiusura di un’occhiata prima al
massaggio di una lampada e di un volto; poi al bagno, verso l’acqua
della vasca in cui si immerge, degnamente filmata, Monica Carocci. Nel
primo caso scopriamo Maurizio Vetrugno con due video in cui è la
meditazione corporale il gioco a passo lungo di una ripresa che torna
alla fatidica ironia, rendendo una lampada di Noguchi la possibile base
dialettica con un altro corpo, ora umano, in vista. Riguardo alla
Carocci, ecco lo stile sgranatissimo e quasi astratto che già
caratterizza le sue grandi foto, al passaggio in un viaggio con
l’epidermide che nuota nel bianco perimetrale di una vasca dove vola,
come fosse un oceano, la cinepresa in cerca di nuovi sconfinamenti del
video contemporaneo. Chissà se andremo sempre più interni o se torneremo
più a fondo per le strade; chissà quando e come si tornerà a quel fluire
che faceva di Luca Patella uno dei maestri della visione “quotidiana”
negli anni Sessanta. Proprio Patella, col suo fluire di eventi e fatti
totalmente banali, ci ricorda come la vera ricerca del video che guarda
al corpo non faccia altro che sintetizzare le strutture per tornare ad
una complessa e comunicativa semplicità.
LE EPIDERMIDI DEL VIDEO CONTEMPORANEO
di Gianluca Marziani
in: NEXT, Autunno 1996. No. 37, pp. 18, 19
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