Paolo Monti Bibliografia
Archivio ▪ 2000

      

 


La luna nel pozzo. Per Paolo Monti
 
di Stefano Chiodi / 2000


Un volto che sparisce. Che annega. Una silhouette sinistramente colorata. In movimento.
O ancora un viso, il mio, in uno specchio vibrante. Mi sfugge. C’è sempre un’impossibilità, meglio, una vertigine nei lavori di Paolo Monti. Qualcosa che retrocede dalla superficie, si inabissa o moltiplica vertiginosamente. Qualcosa dettato peraltro da una disciplina ferreamente autoimposta, da una visione disciplinata, liberamente scelta e ampiamente dichiarata. Non tanto nell’aspetto più evidente, quasi tattile – il ricorso a meccanismi o comportamenti predeterminati rinvenuti nello spettro delle procedure scientifiche -, quanto in quello, ben più rilevante, di un’intenzionalità che mette la prassi artistica sul piano di un’esperienza compiutamente progettabile, almeno nelle sue premesse, benché lasciata aperta nei suoi esiti. Osservando più da vicino alcuni lavori di Paolo Monti, come i Flottage termici o Specchio elastico, si può agevolmente rilevare quanto il loro funzionamento sia possibile solo in una relazione performativa con l’altro, con il dato ambientale, con l’intruso (lo spettatore), chiamato a saggiarne la consistenza, il funzionamento attuale, più che a rimanere confinato nel cerchio magico della contemplazione. Quel che richiede Paolo Monti è per l’appunto la rottura dell’equilibrio, la saldatura, sia pur momentanea, della distanza tra l’opera e il Sé, cui corrisponde inevitabilmente un’alterazione, un’increspatura, e l’attivarsi contestuale di meccanismi di difesa dall’entropia. Siamo, come si vede, in un contesto tipicamente regolato dalla retroazione (un evento che modifica le condizioni della sua osservazione), concetto che da Norbert Wiener a Edgar Morin si è imposto tra le nozioni fondamentali della cultura contemporanea, dai processi cognitivi alla cibernetica alle teorie sociologiche. Assumendo il feedback come concetto regolativo per il proprio lavoro Monti si scioglie dall’abbraccio feticistico della tecnica, si sottrae alla deriva consolatoria di una sua eventuale estetizzazione; ne utilizza i procedimenti, ne sfrutta la regolarità, l’impersonalità, ma non ne fa un fine in se stesso. La tecnica è per Paolo Monti fuoco d’artificio, bagliore effimero, libido. Quel che gli interessa sono piuttosto le condizioni reali dell’osservazione, le interferenze, i contrasti tra regole ed eventi, l’ambiguità percettiva, l’inclusione dell’osservatore nel processo genetico dell’immagine. E questo riconnettendosi a una linea che da Duchamp sino ai nostri giorni vede l’opera d’arte come retroazione del concetto di arte, come “apertura” della relazione eminentemente stipulativa che questa intrattiene con l’osservatore. Lungo tutto l’arco della produzione di Paolo Monti questa disposizione generale prende così di volta in volta la forma di un dispositivo o di un’installazione a scala ambientale in cui lo spettatore è continuamente sollecitato a ridefinire in senso quasi sperimentale i confini della propria esperienza.
Anche in questo caso, tuttavia, il carattere enigmatico e disturbante dei suoi lavori mantiene tutta la sua intensità. L’identificazione continuamente differita, le metamorfosi, l’improvviso trasformarsi dell’energia in immagine, l’apparire dell’opera come turbamento del suo equilibrio, possono essere lette in effetti come altrettante metafore di un processo di conoscenza e autoconoscenza, di apertura all’Altro, di “distrazione” dal corso superficiale delle cose. Ogni desiderio vive nell’attesa e nel rinnovarsi di quest’attesa. E in questa ciclica dannazione e rinascita si gioca la relazione tra artista e spettatore.


Paolo Monti - Fluttuazioni 2000
“La luna nel pozzo. Per Paolo Monti”
di Stefano Chiodi
in: Paolo Monti - Fluttuazioni
Arte in Scena, Aprile 2000