Paolo Monti Bibliografia
Archivio ▪ 1992


- Invito Italiano -

ACQUE TECNOLOGICHE

di Ada Lombardi

Paolo Monti, Endofrottage, 1991 | intonaco, elettronica,chimica varia (particolare)


Come talent scout ho cercato di privilegiare non tanto la data anagrafica, ma senz’altro, per almeno due dei tre artisti che presento, l’inedito dei lavori e soprattutto il carattere aspro e forte di una situazione che curiosamente si delinea come una tendenza compatta alla quale ancora non saprei dare né un nome né un’etichetta.

Per spiegare il carattere e il timbro di tale situazione non riesco a non partire da molto lontano, a ritroso nel tempo, riprendendo una domanda che spesso, negli anni 60, si pose il russo Koyre, ovvero come mai il “macchinismo” non è nato venti secoli prima in Grecia, dove a sostenerlo ci sarebbero stati sia le nozioni che le possibilità. A questa domanda lo stesso Koyre rispose affermando che la Grecia non ha costruito una vera tecnologia perché essa non ha elaborato la fisica. E ancora che la stessa era filosoficamente incapace di elaborare la fisica in quanto questa scienza è lo studio dei fenomeni grazie alle nozioni matematiche ad algebriche; essa corrisponde quindi alla verifica di una struttura matematico-geometrica presente in natura. Dire ciò equivaleva per i greci all’affermare che non esisteva proprio quella dualità tra sfera celeste e terrestre, tra ordine superiore e ordine inferiore, dualità che sosteneva in gran parte l’impalcatura del pensiero greco.

Nell’esempio più eclatante di una simile idiosincrasia, in Platone che fa della matematica la scienza per eccellenza, gli oggetti della geometria possiedono una realtà più alta di quella del mondo naturale, più consona alla natura celeste dell’intelletto. Nell’universo plutoniano l’intelletto nulla ha a che fare con le cose del mondo sensibile, con la materia, se non attraverso la mediazione della ragione. Anche Aristotele si schierò a favore di questo dualismo, non riconoscendo esistenza di ordine e di ciclicità nella realtà. Tale scissione causò quindi solo lo sviluppo delle scienze astronomiche concependo la possibilità che i movimenti delle sfere e degli astri fossero conformi alle leggi della geometria, indicando quella “perfezione celeste” che passò poi in eredità al medioevo occidentale.

Come disse Lucien Febvre l’uomo medievale, come quello antico, poteva eseguire forse dei calcoli astronomici ma non sapeva calcolare nell’esperienza comune, era privo del linguaggio numerale e aritmetico.

L’uso delle cifre Gobar, o cosiddette cifre arabe, si diffuse infatti esclusivamente nei calendari per ecclesiastici, negli almanacchi per astrologi e medici, o tra i grossi mercanti; il mondo comune utilizzava ancora le minuscole romane, con le quali era impossibile fare qualsiasi operazione scritta, visto che un’unità decimale può arrivare a coprire anche quattro colonne, come nel caso del numero VIII.

Così nella scienza la tecnologia e la fisica appaiono nel momento stesso in cui la teoria si converte in azione è l’intelligenza teorica alla realtà. Il punto di congiunzione parte forse proprio da Galileo e continua in un’ottica ancora umanistica fino a Descartes, che concepisce il progresso come ciò che rende l’uomo “maestro e possessore della natura”.

Nell’arte è chiaro che tutto ciò diviene molto relativo, ma è significativo che l’intento primario sia stato comunque sempre quello di una tensione o un incontro, se non tra sfera celeste e sfera terrestre, dell’identità soggettiva dell’uomo come artefice con la perfezione e l’ignoto di Dio nel fare stesso dell’azione creatrice.

E se il manierismo ha potuto incarnare il massimo momento di dissolvenza di questa tensione, in misura spaziale attraverso il decentramento prospettico, in misura temporale attraverso l’assemblaggio di momenti diversi come punti di vista differenti; pure con lo strumento allegorico componeva una definizione in res del presente. Al punto che il passaggio al barocco non ha rappresentato delle scosse visive così radicali, almeno a mio parere, o per lo meno, proprio questo attimo presente, derivato in qualche modo dal manierismo, ha potuto ricucire la divaricazione, questa deriva dei continenti, nel concetto stesso dell’immanenza come dimostrazione dell’esistere.

Ma al di là dello sforzo di illustrare l’esistenza di Dio del barocco, ciò che risulterà significativo sarà la discesa della teoria nella prassi? Sarà come il clic di un formidabile meccanismo che grazie ad un contatto di natura elettrica si mette in moto? Al presente, il tempo del manierismo, il barocco aggiunge lo spazio della alta ed ecco che automaticamente il progetto scientifico moderno si mette in moto.

Questa possibilità, questo incontro tra spazio e tempo nel presente della visione ha senz’altro avuto una ragione e un avvio tecnologico, o meglio la teoria scesa nella prassi, come ricorda Koyre, ha costruito lo strumento. Allora si può pensare al telescopio di Galileo. Quest’ultimo servendosi della scoperta del cannocchiale, da parte degli olandesi, ha elaborato la teoria necessaria alla costruzione dei suoi perspicilli dilata lo spazio della visione nella dimensione extraterrestre dell’universo.

Come definire i soffitti barocchi se non il prodotto di uno strumento tecnologico, o il prodotto di una teoria, di una possibilità che sta a monte come ad esempio l’ideazione del telescopio?

Questa nozione di strumento, di tecnologia al servizio della visione, della misura calata nel mondo della realtà, è non solo dimostrata scientificamente ma sperimentata nel suo valore d’immagine a sé, è quanto in definitiva perseguono i tre artisti Karpuseeler, Lombardi e Monti. E le loro problematiche hanno dei natali lontani, coinvolgono le peripezie del pensiero umano, il perenne incontro-scontro con la realtà e con l’idea e il sogno, sempre ammettendo che tra le tre entità possa esserci un’improbabilissima scissione.

Il progresso scientifico ci ha portati verso la misura della realtà. L’impressione che danno questi tre artisti è che vogliono misurare il sogno. Siamo in sentore di eresia? I più arricciano il naso affermando che in fin dei conti ciò che il pensiero greco voleva proteggere era un’identità superiore? Oppure si vuole dare uno statuto di realtà all’arte, di veridicità?

Vorrei fugare ogni dubbio. Nel decennio ’90 l’arte ormai e a dispetto di chi non ci crede, di chi vuol far finta che non esiste perché non convinto della veridicità del suo statuto. L’arte non è una parola che significa buone intenzioni, moralità e chissà quale altro conCetto disinteresto e plo poetico, o tale da ricordare la Controriforma e appunto il barocco nel suo basarsi su una verità illusoria. E proprio le macchine visive barocche denunciarono, nei secoli successivi, la forza di coercizione e di dimostrazione propagandistica delle committenze. Questi dipinti rappresentarono così un incancellabile dato di fatto.

Dunque l’arte è e fa la storia a dispetto di chi non la considera. Come la realtà. la natura, la terra sono e hanno scritto la storia milioni di anni prima della nascita del pensiero scientifico.
La strada di questi tre artisti coincide con una vita di conoscenza e come tale è possibile e auspicabile, una scommessa con il futuro, una tra le tante reti gettate dal pensiero umano.

E’ curioso pensare che proprio il progresso scientifico, la pratica della misura e della quantizzazione hanno condotto ad un concetto di relatività della realtà. Cosa e dove potrà condurre una via che persegue un concetto di misurazione e di tecnicismo applicato all’arte e alla sfera delle idee e del sogno? E’ interessante porsi la domanda.

L’importante è che attraverso questa strada non si battano, nell’inconsapevolezza del dejavu, dei percorsi già fatti. Rischio possibile per chi si propone delle mete dimostrative, tali da poter ricondurre proprio ad una concezione barocca.

Dalle iniziali ricerche di questi artisti quello che si può osservare è una certa ambiguità – vicina alla scissione – tra lo strumento artistico e il risultato formale. Dove la macchina, o lo strumento che provoca un certo fenomeno, rimanda comunque a qualcos’altro, ad un circuito tra mente e dato.
Questi risultati ricordano molto, nella loro forza sperimentale, le macchine elettriche dell’artista giapponese Atsuko Tanaka, tanto per trovare dei riferimenti. Ma soprattutto occorre pensare all’italiano Maurizio Mochetti. Artisti questi che hanno sperimentato sul filo di confine tra arte e scienza-tecnologica senza porsi dei fini dimostrativi.

Mi sembra quindi importante, a proposito della continua esigenza di gettare reti in acque inusuali, che vi siano dei soggetti che contribuiscono in qualche modo ad una “pesca collettiva” e trasformino questo in una scommessa, in una apprensiva palpitazione sul futuro.

Paolo Monti, Onde elastiche, 1990
Paolo Monti, Onde elastiche

 


Ada Lombardi
Nata a Roma ove risiede. Laureata in Lettere Moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, è assistente alla Cattedra di Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari.
Ha curato e partecipato alla realizzazione di diverse mostre tra cui: Eroi-Antieroi, Galleria Creonidos in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Atene 1991 (cura); Progetti e oggetti, Galleria Bianca Pilat, Milano 1991 (cura); Arie Fonti del Clitunno, Festival dei Due Mondi di Spoleto 1991 (assistente alla cura); De Europa Associazione Culturale “La Salerniana”, Erice/Assessorato alla Cultura, Comune di Atene 1991 (coordinamento). Collabora con le riviste d’arte: Opening, New Art International, Lapiz, Flash Art, Segno. Suoi articoli sono stati pubblicati su Frigidaire, Il Lunedì di Repubblica e Mondo Operaio. Ha scritto numerosi saggi.


 


Invito Italiano
di Ada Lombardi
in: Ter, Vol.III, a cura di Achille Bonito Oliva,
Pescara, Umberto Sala Editore 1992,
pp. 11, 40,41,42,43,44,101,119