Il tema della partecipazione
del fruitore al definirsi dell’evento estetico e quello del mutamento
dell’opera attraverso il tempo sono due argomenti di riflessione attorno
ai quali, precedute e confortate dall’esperienza del gruppo Fluxus,
hanno spesso lavorato le cosiddette Neo Avanguardie degli anni ’60-70.
Assolutamente estraneo a qualsiasi logica di remake e in nessun modo
interessato alla pratica di utilizzare connotazioni linguistiche del
recente passato semplicemente per rimarcare la propria appartenenza ad
un determinato schieramento a sfondo generazionale. Paolo Monti
questi temi ce li ripropone entrambi e non tanto rivisitandoli in chiave
attualizzata quanto tornando ad incontrarli entro un universo di
discorso assolutamente caratteristico della nostra epoca: quello che fa
capo al concetto di virtualità.
Partendo dalla constatazione che le nuove risonanze di tale concetto,
sull’onda dell’enorme sviluppo dell’informatica e della telematica cui
abbiamo assistito negli ultimi decenni, hanno, in un certo senso, fin
qui attirato l’attenzione principalmente su questioni di sociologia
massmediale variamente passibili di esser fatte oscillare tra il
catastrofismo e l’esaltazione, il nostro artista si è in un certo senso
imposto di scavalcare quel tanto di aleatorio e di discrezionale che
consegue all’evocare scenari di comunicazione globale e fantastiche reti
d’informazione planetaria, ed ha preferito attenersi a pochi concreti
esperimenti capaci di legare tra loro spettacolarità e riflessione
fondativa, effetto sorpresa e critica dell’ideologia corrente.
Si tratta
di esperimenti a volte di una semplicità sconcertante quanto acuta,
altre volte invece realizzabili solo grazie al supporto di conoscenze
scientifiche e mezzi tecnologici non esattamente di dominio pubblico, ma
neppure irraggiungibili o troppo difficili da illustrare laddove ciò
serva a far meglio comprendere il senso dell’opera.
Tra gli “esperimenti” più semplici, e tuttavia non per questo meno
suggestivi, posti in essere da Monti, va senz’altro annoverato il ciclo
di lavoro dedicato al denaro e volto a dimostrare come la cartamoneta
non possa essere considerata quel semplice supporto materiale di cui
parla l’economia classica, e vada piuttosto intesa quale segno o segnale
dotato di una sua densità simbolica e di una certa opacità semantica
relativamente alla quale è possibile indagare la nostra soglia di
attenzione.
Ritagliando ad es. il bordo bianco di una banconota in corso
da cinquantamila lire e sottraendo gli occhi dall’immagine di
Gianlorenzo Bernini, l’artista crea un’opera che si scinde in due catene
di eventi separate le quali, pur facendo capo a due diversi destini,
rimangono intimamente correlate tra loro.
Da una parte il “pezzo”
artistico costituito dal contorno autentico incollato su di un foglio di
carta, con gli occhi posti nelle loro esatte coordinate e i numeri di
serie trascritti nel luogo dovuto, che entra nel circuito della
fruizione estetica e del mercato dell’arte acquisendovi un determinato
valore; dall’altra l’esemplare monetario di partenza che pur privato del
bordo e con gli occhi del maestro seicentesco umoristicamente sostituiti
da quelli di una fotomodella, continua a circolare indisturbato tra la
gente fino a quando qualche funzionario di banca non lo segnala per il
previsto rimpiazzamento dei “pezzi” deteriorati.
Nella prima catena un
rapporto con il pubblico dell’arte di tipo ordinario (fruizione,
collezionismo, interpretazione critica ecc.) ma una curiosa
consapevolezza della trasformazione che l’opera subirà nel tempo per via
della restante parte di cartamoneta in viaggio verso la distruzione;
nella seconda una partecipazione di pubblico al compiersi del destino
complessivo dell’opera tanto più vasta quanto più inconsapevole.
Un ciclo di ricerca che invece sfrutta ingegnosamente nozioni di chimica
e fisica di livello abbastanza elementare con l’ausilio di supporti
tecnologici solo relativamente sofisticati, è quello incentrato sul
mercurio. Un buon esempio in questo ambito è costituito dall’opera
intitolata “Specchio Elastico” (o “Elastic Mirror”) elaborata intorno al
1989 e presentata da allora, variamente sviluppata e ricombinata, in
diverse occasioni espositive.
Essa è costituita da una superficie di
mercurio che grazie ad un sistema di sensori posti alla base del suo
contenitore ogni volta che un ostacolo frapposto diminuisce l’intensità
di un fascio di luce insistente su di essa si mette a vibrare formando
delle onde concentriche. Ne consegue ovviamente l’impossibilità per lo
spettatore di vedere riflessa con nettezza la propria immagine in uno
specchio che pure da lontano, o sotto angolazioni non perpendicolari,
risultava ad evidenza perfettamente adeguato allo scopo.
Una piccola e
ben calcolata frustrazione in cui il senso dell’opera si esplica solo
nella trasformazione e la trasformazione si attua solo in virtù della
partecipazione attiva del fruitore. Un fruitore il quale realizza così a
livello poco più che meccanico una efficace metafora del principio
d’indeterminazione.
Infine un tipo di lavoro che invece richiede
un’attrezzatura effettivamente piuttosto sofisticata e di conseguenza anche
l’intervento di sponsor o enti patrocinatori è quello che, (elaborato attorno al
1995 e anch’esso presentato in diverse occasioni sia private che istituzionali),
si avvale dell’uso del cosiddetto "Specchio Termico". Qui
tutte le persone che entrando in un determinato ambiente ricadono nello
spazio di ripresa di un’apposita telecamera possono vedere proiettata
dinnanzi a loro la propria immagine colorata convenzionalmente secondo i
diversi livelli di emissione endogena di calore e cangiante in relazione
ai movimenti volontari e alle funzioni organiche.
Non solo dunque trasformazione dell’opera e partecipazione (volendo
anche corale) del pubblico legate tra loro in tempo reale, ma anche
trasformazione dello spettatore come trasformazione dell’opera e
sintonia di questa con il ciclo vitale di quello. In altre parole una
bellissima dimostrazione del fatto che la virtualità non è un destino
ineluttabile che immancabilmente ci farà ricadere nelle mani del grande
fratello di turno, ma una nuova forma di potenziale epistemico
tecnicamente supportato che sta a noi utilizzare per il meglio, oppure
in maniera creativa.
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“Il virtuale creativo”
di Paolo Balmas
in QUADRI & SCULTURE
N.26 1997 pag.77
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