FINO AL NULLA
di Massimo Carboni /
1998
La pratica artistica è un’anomalia organizzata. E disciplinata in
linguaggio. Al di fuori di questo, ci sono solo le chiacchiere sulla
“creatività”. Il lavoro di Paolo Monti gira costantemente -e ormai
da tempo- attorno a questa evidenza e a questa consapevolezza,
attraverso il filtro (e il codice) di una strumentazione che va
dalla più prosaica manualità fino alla più sofisticata
apparecchiatura scientifico-tecnologica. Forse è proprio per questo
che esso si propone come fulcro catalizzatore (o dispersore?) di una
serie di riferimenti, problematiche e questioni spartite su due
versanti operativi e concettuali distinti ma strettamente
interconnessi.
Da un lato, il lavoro sul danaro, dunque sul feticismo del Valore:
desiderio non della cosa, ma del desiderio stesso. Vertigine
dell’astrazione più completa, della virtualità più disincarnata e
nello stesso tempo più fattualmente operante che possa darsi. Ed il
percorso teorico-concettuale va da Marx a Simmel.
Dall’altro lato, il lavoro più esplicitamente aderente a procedure
scientifico-epistemologiche, concentrato su di una dimensione
ipertecnologica e fondamentalmente radicato nei principi della
percezione sensibile e negli interrogativi da essa sollevati intorno
ai rapporti tra soggetto e oggetto, identità e alterità.
Occorre specificare un punto, prima di inoltrarsi più
particolareggiatamente in questi due versanti poetici e operativi.
Nel lavoro di Paolo Monti, certamente si dà, si offre il
“meraviglioso”, il thaumazein (iper) tecnologico: a vari livelli di
potenza e di seduzione, ma indubitabilmente si dà. Ma il fatto è che
i processi tecnologici (su base fisica o chimica) sono semplicemente
mostrati, senza nessuna elaborazione particolarmente intrusiva da
parte dell’artista. Monti non è alla ricerca del lato
“immaginativo”, “estetico” della Tecnica; non v’è in lui alcuna
patetica pretesa ideologica di “riscattare” umanisticamente la
Tecnica fornendola “poesia” o “creatività”. Qui la tecnologia è
utilizzata in modo che essa produca autonomamente, spontaneamente il
proprio thaumazein. Ma perchè ciò accada, bisogna -con memoria
duchampiana- “metterla in posizione”. E questo solo un artista può
farlo.
Tutto un versante del lavoro di Paolo Monti prende dunque ad
oggetto, concettualmente e materialmente, il danaro: figura dello
stesso e insieme dell’Altro, vertigine del Valore, mitologia del
Mito. Ma quali sono gli elementi messi in gioco? L’oro viene escluso
da tutte le altre merci proprio per diventarne l’equivalente
generale. Viene universalmente desiderata proprio la merce esplulsa
dalle altre.
Il reietto impera, il rimosso comanda. Perchè misura, perchè dà
valore al Valore. Che cos’è il prezzo espresso nella carta moneta se
non oro immaginato? Così in Bilancia (8), un lavoro del 1989, alla
lentissima distruzione delle banconote aggredite da reagenti
chimici, si accompagna in proporzionale progressione la discesa
nell’ampolla di mercurio di un peso in oro di corrispondente valore.
E si comprende quante immagini e forze di natura mitica vengano qui
mobilitate.
Sono invece procedure di carattere giuridico-istituzionale quelle
che Monti mette in gioco quando ritaglia la banconota lungo tutto il
suo perimetro (4) per poi rimetterla in circolazione, lavorando in
tal modo sulla definizione del tutto convenzionale segno-danaro.
Altra cosa, ovviamente, sarebbe se Monti alterasse gli indicatori di
riconoscibilità della banconota: ma egli, appunto, si ferma cinque
millimetri prima della Cifra, prima dell’Icona. Ciò che induce al
consumo viene esso stesso consumato: corroso da soluzioni acide,
oppure mediante un paziente sfregamento manuale (6) che sembra
simbolicamente contrarre il tempo di passaggio della cartamoneta da
una mano all’altra durante la sua normale circolazione.
Paolo Monti si confronta con una delle figure mitiche di tutti i
tempi, e del nostro tempo in particolare, usando una logica
omeopatica: consuma ciò che permette di consumare, annienta ciò che
è già fantasma, derealizza ciò che è già virtuale.
Secondo un progetto che fino ad ora ha incontrato intuibili problemi
di realizzazione, un furgone portavalori dovrebbe trasportare due o
tre miliardi di danaro in banconote (2) nella sede dell’esposizione.
La scorta armata dovrebbe semplicemente, “duchampianamente”
collocare il contenuto delle valigette a terra formando un
parallelepipedo regolare con le mazzette di banconote, e lasciarle
esposte (e controllate con le armi) per un tempo da stabilirsi.
Esibizione, epifania del Valore puro, coincidenza assoluta di realtà
(la concretezza presente delle banconote) e fantasma (tutte le merci
e le prestazioni materiali e immateriali -corpi, diamanti,
informazioni- acquistabili con quella somma).
L’idea della purezza è presente anche nell’Accettatore di banconote
(7) del 1990, in cui un lettore ottico seleziona le immagini che gli
vengono proposte sulla base dell’unica icona memorizzata nel suo
programma. Se la banconota non è perfetta la rifiuta restituendola:
l’interazione con l’osservatore (che in questo caso deve compiere
un’azione precisa) è dominata dalla macchina. Siamo appunto di
fronte all’incarnazione tecnologica (teologica?) della purezza del
valore-danaro, che ri-conosce soltanto l’identità con se stesso
mediante l’esclusione dell’altro. Si possono comperare tutte le
differenti merci, ma a patto di scambiarle sempre con lo stesso
segno. D’altra parte, l’immagine della banconota memorizzata nella
macchina è la performance stessa dell’Immagine: principio di
ripetibilità, estasi dell’Identico. Monti sa che ogni gioco ha la
sua regola; ma sa che esibire la regola può significare cambiare il
gioco. Ed è proprio questo il potere anomalo dell’arte.
Il lavoro sul danaro -parte appunto di un più ampio itinerario
giocato anche su strumentazioni ipertecnologiche ma comunque dirette
al nesso identità/alterità- assume quasi un aspetto paradigmatico in
Immagine di dollaro (1) del 1989, dove l’icona di George Washington
è proiettata su di una lastra di vetro satinato. All’interno della
diapositiva, una soluzione chimica, attivata dal calore prodotto
dalla luce quando il proiettore è in funzione, corrode lentamente la
materia cartacea che vi è inserita. // Il valore di scambio della
merce, in quanto esistenza particolare accanto alla merce stessa //,
scrive Marx nei Grundrisse, // é denaro; è la forma in cui tutte le
merci si equivalgono, si confrontano, si misurano; è ciò in cui
tutte le merci si dissolvono, ciò che si dissolve in tutte le merci
//.
Il lavoro di Paolo Monti sembra essere allo stesso tempo la
parafrasi ed il rovesciamento letterali della tesi marxiana. Il
denaro non è infatti assunto come forma o mezzo e quindi come
equivalente generale, ma come materia sottoposta ad un processo di
deperibilità: si dissolve non nella merce, ma in se stesso. Il segno
astratto regredisce a dato concreto, fisico, a presenza
(temporanea). Il denaro non è per sua natura una merce dotata di
valore intrinseco, la sua qualità consiste esclusivamente nella sua
quantità. Monti materializza il valore astratto, il fantasma;
rovescia il processo che porta all’ esclusione della merce assunta
come danaro e quindi al costituirsi dell’equivalente generale,
riconducendolo alla sua condizione iniziale di materia-oggetto con
un suo estremo, residuo valore d’uso. In un tempo x, la banconota
aggredita dagli acidi si dissolverà, non ne resterà più alcuna
traccia. “Il tempo è danaro”, si dice. Qui è il danaro che è tempo.
Fino alla totale entropia, fino al consumo finale, fino al nulla.
Siamo irreversibilmente -più o meno felicemente- consegnati
all’immaginario. E questo accade prima di tutto per quanto riguarda
ciò che riteniamo più concreto, vicino, reale, immediato: noi
stessi, il nostro corpo, il nostro volto. Secondo una costitutiva,
originaria dissimmetria somatica e psichica, possiamo cogliere il
nostro sguardo, i nostri occhi mai direttamente ma soltanto con
l’aiuto ortopedico di uno specchio (lo strumento di Narciso, ma
anche di Dioniso). Il nostro volto (tradizionalmente sede
dell’anima, della psychè) è per noi unicamente un’immagine; e
l’immagine è sempre di un altro, di altro. Il nostro unico modo di
vederci è quello di vederci differenti da come “siamo” mentre ci
guardiamo: non possiamo cogliere noi stessi che come differenti. Lì
sullo specchio, su questa protesi necessaria e infedele, siamo solo
una proiezione visiva mutevole, effimera, revocabile. Siamo un
frammento di noi stessi; possiamo vedere (e toccare) il nostro corpo
solo a frammenti: tra Narciso e Dioniso, appunto. Oppure “vediamo”
noi stessi attraverso lo sguardo degli altri: quando gli altri cioè
ci desiderano, ci interpellano, ci accolgono nel loro campo
percettivo: in ogni caso, quando gli altri ci riducono, noi
soggetti, a oggetti. Che poi l’ “oggetto” sia in realtà un mondo, un
orizzonte di senso, e che dunque prenda vita un’esperienza etica, è
altro discorso. Fatto sta che è l’Altro che ci costituisce; senza
dimenticare che, ovviamente, noi stessi siamo altri per gli altri.
Senza tale distanza non può originarsi alcuna prossimità. La stessa
amicizia -al di là dei luoghi comuni- è il cuore della lontananza
rispettato, custodito come tale. Lo stesso intimo soliloquio della
coscienza ha un movimento dialogico: non si “parla” forse con
qualcuno, cioè con noi stessi? Non esiste uno che non sia (anche)
due. E’ l’intrascendibile struttura relazionale dell’esperienza
umana.
Tutte queste cose sono note. Qui vengono richiamate in termini molto
sintetici soltanto perchè hanno a che fare -forse più di quanto a
prima vista non potrebbe apparire- con il lavoro più
sofisticatamente tecnologico di Paolo Monti. I temi sono appunto
quelli del rapporto tra identità e alterità, tra soggetto e oggetto:
con i loro reciproci scambi e slittamenti, con i labirinti cognitivi
che li legano l’un l’altro. Possiamo allora fare tre esempi di
altrettanti lavori, che descrivono completamente un arco temporale
di dieci anni, quasi a confermare non soltanto la coerenza di una
poetica e di un percorso operativo, ma anche la centralità di un
ossessione ben utilizzata.
In Specchio elastico (9), lo spettatore-osservatore per specchiarsi
nel cerchio di mercurio, entra spezzandolo nel cono di luce che
piove dall’alto e che colpisce la bacinella contenente la sostanza,
provocando così una diminuzione d’intensità luminosa che attiva i
fotosensori collegati a micro-oscillatori irradianti vibrazioni. Il
risultato è che l’immagine -la propria immagine- riflessa nel
mercurio si scompone, si frantuma. Posso vedere perfettamente
captato e restituito in immagine l’ambiente circostante in cui mi
sto girando; ma appena entro a farne parte come riflesso, scompaio,
mi frantumo. La differenza che mi origina (sono in quanto guardato
da un altro) è come se entrasse “materialmente”, percepibilmente in
me: e mi frattura, mi lacera, mi disidentifica proprio nel momento
in cui cerco la mia identità. E non può essere altrimenti. E’ un po'
come se la volontà stessa di guardarsi pregiudicasse la visione.
Bisognerebbe potersi vedere senza guardarsi, in perfetto spirito
zen, completamente desoggettivati: con un gesto di sovrana
disattenzione, lontano da ogni intenzionalità, da ogni volontà di
appropriazione. Pur rappresentando una stratificazione semantica
collaterale nel lavoro, è evidente che, dati i materiali utilizzati,
si possono lasciare affiorare all’analisi anche attinenze di natura
mitico-alchemica. Che comunque conducono alla fine ai medesimi
risultati interpretativi. Il mercurio, sebbene di natura femminile,
è il pater metallorum; e davanti alla figura più o meno simbolica
del Padre, l’autoidentificazione o la conquista di una propria
identità è comunque il risultato di un lavoro, di uno sforzo. In
quanto tale, inoltre, esso ha principio e fine in se stesso, come
l’Ouroborus, il Serpente che si feconda, si uccide e rigenera se
stesso. La bacinella contenente il mercurio è rotonda (il Cerchio,
figura della perfezione) come il vas hermeticum che reca l’aqua
permanens in cui avviene la Trasformazione alchemica. Nel caso di
Specchio elastico, il mercurio è come se restituisse l’imago
primordiale, il proto-volto o l’archi-volto dell’uomo prima del
principium individuationis: immagine, appunto, narcisisticamente
frammentata, dionisicamente caotica.
Possiamo poi fare l’esempio di Endofrottage (13), un lavoro del
1991. Sulla superficie di un muro, subito sotto l’intonaco -dunque
sotta la pelle di un corpo architettonico- vengono sistemate delle
termoresistenze di qualsivoglia forma. Avvicinandosi alla parete,
l’osservatore -decodificato come massa calorica- viene intercettato
e rilevato da cellule fotoelettriche che mettono in funzione le
termoresistenze. Queste, con il loro calore, affiorano, emergono
epifanicamente alla superficie. L’osservatore si allontana dalla
parete, e queste lentamente scompaiono. Tipica pratica interattiva,
consueta d’altra parte nel lavoro di Paolo Monti: è lo spettatore
che fa si che l’opera in quanto tale si manifesti.
E’ noto il ruolo -chiave che l’osservatore (il rilevatore, lo
scienziato e comunque, cognitivamente, il soggetto) ha assunto nello
sviluppo moderno-contemporaneo delle scienze e dell’epistemologia
costruttivista. Un ruolo non più pensato come esterno rispetto al
processo della conoscenza, bensì con questo profondamente
interagente. Ciò che allora lo scienziato osserva non è la natura
sic et simpliciter, ma la natura esposta, inquadrata, ritagliata
secondo le procedure e i protocolli del particolare metodo di
indagine adottato per osservarla. Misurare una qualsiasi percezione
è già trasformarla, così come, appunto, specchiarsi nella bacinella
che contiene il mercurio significa ipso facto trasformarsi:
significa frantumare la propria immagine (che non posso vedere se
non frantumata); significa perdere, mentre la cerchiamo, l’identità
(che non posso percepire se non attraverso l’Altro).
In De-localizzazioni (16), il lavoro più recente nell’itinerario
dell’artista, prende vita lo stesso tipo di complessità di rapporti.
Quando finalmente, mediante la matematizzazione dell’incidenza
luminosa presente nell’ambiente, la mia immagine specchiata compare
interamente sulla lastra nera con l’accrescersi del livello di
mercurio, sul monitor collocato in uno spazio attiguo -e a cui la
microtelecamera trasmette in tempo reale le immagini che si formano
sulla lastra- non compare più nulla: l’Altro che vi è davanti mi
vede svanire. L’osservatore, sulla superfice nerospecchiante,
compare tradotto in corpo di luce, metaforicamente in un angelo: ed
è proprio a quel punto che diventa invisibile. Quando mi vede
l’Altro, io non mi vedo; quando mi vedo, l’Altro non può vedermi.
Sfuggo a me stesso solo per lasciarmi prendere dall’Altro; mi
riconquisto ma solo per scomparire agli altri. Non: io “sono” sempre
altrove; ma: io è sempre altrove. Dopo qualche tempo, il mercurio
scende di livello lasciando di nuovo campo visivo alla telecamera
che prima era sommersa dal liquido, e partendo dall’alto verso il
basso l’immagine dell’osservatore davanti alla lastra lentamente
ricompare sul monitor: come un fantasma, un revenant, colui che
ritorna. Ma chi si stava specchiando, inversamente, si perde. Fino
al nulla.

FINO AL NULLA
di Massimo Carboni
in:
PAOLO
MONTI
MUSIS, 1998
ISBN 88-87054-01-0