Paolo Monti Bibliografia
Archivio ▪ 1993

 

 

 


L'Essere del luogo, essere nel luogo
Boville Ernica 1993

 

Monti, P. in: L'essere del luogo essere nel luogo, 1993

paolo monti

La ricerca che sto conducendo, partendo da un’osservazione del reale, vuole produrre accadimenti che consentano la percezione di immagini in grado di autotrasformarsi.
La rassegna “Incontro Giovani Artisti 1993” ospitata dal Comune di Boville Ernica, mi ha fornito l’occasione per un progetto pensato per il luogo e coerente con il mio operato. L’opera prevede infatti l’impiego di elementi che, sottoposti ad irraggiamento solare, cambiano colore con il variare della temperatura e dell’umidità dell’ambiente.
Dal sopralluogo effettuato è emerso che il luogo idoneo per una corretta installazione dell’opera, è quello a ridosso delle mura in prossimità dell’accesso al parco pubblico.
Le ragioni di questa scelta ricadono sul favorevole orientamento dello spazio indicato, in modo da consentire nelle ore più calde, una buona percezione del fenomeno.
Inoltre la già esistente organizzazione dello spazio con la sua pavimentazione ordinata in scansioni regolari, permette di avere punti fissi di riferimento rispetto alle variazioni cromatiche della materia. L’installazione prevede infatti l’inserimento in suddetta pavimentazione di te cilindri in plexiglass trasparente del diametro di 10 cm e dell’altezza di 2 mt, allineati e distanziati tra loro, in modo da consentirne la rilettura nel tempo del mutamento in corso, come espresso anche nel titolo dell’opera:
Superfici trattate allo stesso modo danno in tempi uguali immagini diverse”.

Monti, P. in: L'essere del luogo essere nel luogo, 1993

Superfici trattate allo stesso modo danno in tempi uguali immagini diverse...

La scoperta che la massa è una forma di energia
ha modificato profondamente l’immagine che si ha della
materia, intesa dinamicamente come ammasso di energia
non più rappresentabile.
Partendo da questo assunto ritengo pertanto che la materia
possa solo autorappresentarsi, attraverso accadimenti
estetici provocati dall’artista.
Nel mio lavoro la componente progettuale tende solo a
garantire la precisa restituzione dell’idea, che una volta
definita, consenta alle immagini di trasformarsi
autonomamente.
L’installazione pensata per la rassegna
“Incontro Giovani Artisti 1993” coerentemente con la mia
ricerca affronta questo problema attraverso l’opera
“superfici trattate allo steso modo danno in tempi uguali
immagini diverse” dove non c’è
né un prima né un poi,
ma un continuo divenire di immagini possibili
con tendenza a verificarsi, all’interno delle quali
il mutamento è l’unica costante
spazio temporale.

 

I Luoghi, lo spirito del tempo

di Massimo Di Stefano

Ci siamo quasi dimenticati di vedere opere d’arte quali unità con il luogo e lo spazio che le circonda e con l’architettura che le ospita.

Riosservando i decenni del dopoguerra, ci accorgiamo quanto vasto sia stato l’interesse e quindi la fortuna dell’immagine d’arte in rapporto agli spazi interni alla società, la casa, l’appartamento, con valore di costruzione di immagine sociale e sua autorappresentazione. Per altro verso, ed opposto, notiamo la prolungata assenza degli spazi esterni, la piazza, il quartiere, dell’opera d’arte come sentenza collettiva e quindi della mancanza negli organi preposti di una volontà auto-rappresentativa anche nei confronti di una futura archeologia; mi riferisco al mancato storico rapporto tra scultura, allestimento o ambientazione e paesaggio urbano, lasciato spoglio e privo di qualsiasi segno creativamente condotto. Il luogo, la scena dove l’arte è recitata, risulta invece la condizione essenziale. Ciò che caratterizza l’opera dell’artista contemporaneo è la possibilità di espressione nello spazio, uno spazio che impegna la totalità e l’immediatezza, che costituiscono la caratteristica fondamentale e riconoscibile del darsi di ogni opera visiva. La civiltà degli oggetti che viviamo, i codici delle immagini che riconosciamo, la grande comunicazione dentro cui siamo immersi, ci obbligano a vivere la realtà dell’espressione artistica in una polisemia infinita, ma non indefinita, l’artista di oggi deve tener conto di quanto vasto sia attualmente l’universo visivo sul quale egli può intervenire, di quali disponibilità tecniche può valersi e quante ne può svincolare.
La prospettiva di intervento sui mezzi della grande comunicazione certo modifica l’unicità storica dell’opera artistica, che lo sviluppo della cultura occidentale ha consolidato sino all’affermazione dell’induplicabilità dell’evento artistico. Ma l’induplicabilità dell’arte-evento non significa negare la possibilità di una diffusione su nuovi circuiti. I margini scivolosi dei media sono i confini delle catastrofi ridefinitorie e anche quello delle nuove formulazioni artistiche.
Stiamo assistendo alla mutazione della cultura dell’espressione di un’epoca storica. L’artista segna i sussulti di questa mutazione, ma anche sperimenta i nuovi modelli, capaci di accelerare la mutazione.
A Boville Ernica, si ripropone quindi la questione della città come luogo della vita e come luogo dell’arte, luogo dell’incontro e di scontro di interessi e di concezioni diverse, luogo dell’alienazione ma anche di riconoscimento.
La città rinasce contemporaneamente con i tempi di redazione delle opere, per cui ne ricaviamo un’immagine di corrispondenza con il tempo che viviamo, che in un campo estetico osserva forme di progettualità (come ad esempio nel lavoro di Paolo Monti, e di Licia Galizia) e di oggettualità con valore architettonico funzionale alle esigenze collettive (Domenico Rossi, Claudio Pieroni, Eclario Barone) di oggettualità espressiva (Dup Darie, Elemer Benedek).
La proposta di queste opere, vuole riattualizzare la ventura, la forza e l’energia del fare artistico attraverso percorsi divergenti, dove la cultura moderna sembra andare in rovina alimentando la dispersione dei sensi, l’arte riacquista nuovi e diversi livelli di comunicabilità spinta dal desiderio di esprimere il simbolo del proprio tempo, quali tracciati del mondo e della nostra storia quotidiana. Tutto ciò, del resto, in base al corto circuito tra l’età premoderna e post-moderna, che è uno dei dati di fatto più significativi dei nostri tempi.

 

Boville al ritorno

di Nicola Carrino / Roma 1993

Arte e città. Scultura e città. Scultura e intervento urbano. Scultura e luogo. Il luogo nella sua essenza. Il luogo nel suo essere. Essere nel luogo e recepirne lo stato, scoprirne le possibilità, il suo esprimersi connotandosi, il suo trasformarsi in valore oltre il percettivo, oltre il percettibile. Il non visibile è del luogo, non ancora manifesto e pur esistente, che rivela nel rilevarlo. Virtuale prima e poi concreto nell’oggetto che lo definisce, lo completa, in sintono in esso, presente e mimetizzato, assente e premonitorio. Unitariamente apparente, disomogeneamente sotteso.
Nel procedere installativo contemporaneo, l’intervento nel luogo della città o del contado si distingue e caratterizza nel progetto mirato. Non è collocazione di opera già realizzata, ma realizzazione di opera da collocare. Attraverso il progetto che nasce dal luogo. Rispondente nel pensiero e nell’azione finalizzante al sinergismo tra opera e spazio dato come spazio fisico e del vissuto. Spazio umano e sociale. Spazio e tempo della storia ora azzerato nel presente. Spazio dinamico proteso al futuro. Spazio immobile nell’attimo presente che determina suggestioni. Evoca ed esprime. Provoca e racchiude. Evidenzia ed assorbe in religioso silenzio.
Sospeso nel tempo. Sullo sfondo di un cielo immobile nella calura, mosso appena da cirri straziati. Nel silenzio di una piazza, scandito dal fluire possibile di un getto d’acqua. Nell’alto di una falsa prospettiva. Azzurro grigia. Protetta da un albero ombroso. Due braccia incrociate, uno monacale a proteggere l’altro esile e nudo. Una croce ed ancora una di Ferro. 1881.
Nella chiesa restaurata ora spazio di cultura, come sempre spazio officiabile bianco silente, rotto da ocre rosate, frammenti di una mano d’artista. Altari barocchi ora cornici di vasi insaziabili, emananti l’ambrosia, dono degli dei. In attesa del divino che colmi. Struggenti nel distribuire il verbo che rivela.
Conoscenza dell’ignoto atteso da sempre. Abbeverarsi alla fonte della conoscenza. È scritto. L’Eden ti aspetta. Nell’atmosfera cristallina prorompono raggi. Un radar perlustra il territorio. Non quello vissuto all’interno dell’abside. E il controllo del fuori, ampio, cartografico, lato e latente. Lo spazio dell’accaduto sull’interfaccia che registra ogni incresparsi dell’acqua che cela l’ambiente fittizio. Case di marmo, orgadisorganizzate, nella vasca fontana. Costruzione liquida dell’esistente. Che varia in rapporto al fluire del tempo. Le condizioni fisiche. La trasformazione alchemica del mercurio e del cobalto. Il tre numero magico ordina contenitori assorbenti energia. Entropici restitutori commisurano le incognite improbabili del tempo. Sul tracciato di curve compassi giganti segnano passi angolati, scandendo il tempo e ritessendo il campo d’alloro. Il giardino di Greenaway. Blocchi di legno stretti nel ferro da un patto d’amore. La vista annebbiata, scrutano sguardi di sentinella la vallata, attraverso garbugli metallici. Cancellatori medianti. Caleidoscopio al contrario. Lo schermo che legge il crudo reale, ne preclude l’essenza di luce, intercetta piani e griglie di ostacolo. Segni di croce sfondano assiti consunti. Cerchio di catrame. Ristagna come acqua saponata nella vasca del lavatoio. Grida di schiene spezzate. Un fluire senza remissione.
Sino alla porta in salita attraverso le mura. Sventola uno stendardo piatto dorato, macero. Scandisce vittoria di agoni sognati. Il cavallo attraversa le mura, rombanti duemila destano il gatto gigante, pronto allo scatto felino, fisso alle pietre del muro. Roma la notte il silente miagolare. Ruvido e quadrettato. Scatta in frantumi periplando il castello, sotto le falci di una scala poggiata alla torre, dai gradini spezzati. Vagando in Boville notturna sul fronte degli angeli. Teste a quadretti di legno, dentro e fuori le nicchie, sospesi e libranti, con tiare dipinte tra cicli composti da linee di rombi di bianco su nero e azzurro nel mezzo. Annusa la grata di ferro. Sul fondi di miele boccheggiano insetti che sbattono l’ali nel dolce morire. Un rigor mortis di ferro e di ottone che serra le grate. Un aleggiare dell’angelo di Giotto e sarcofagi in marmo nella chiesa di fronte.
Ascolta il serafico canto del coro danzante. In attesa del temporale, per giocare a far tuoni bocciando biglie di ferro. Angeli custodi del sacro. Guardiani di conventi ora sedi istitutive. La sala del Consiglio si svuota e riprende l’antica funzione. Segui la traccia. Segnali di mondi e isole vaganti, atolli sognati in candidi anfratti guidano al nirvana sprofondare dell’anima. Tappeto di preghiera, l’incontro anelato profferto a parete, tavola scritta ornata dal fiore. E sotto bonsai che ascoltano desti, parole e concetti sull’arte di oggi. E l’incontro a Boville di giovani artisti italiani e rumeni che vanno a Venezia, amanti di pace, lasciando a custodia armature in difesa a cubici codici di facce in sequenza. Paesaggi umani in formazione continua abitano mondi irreali, purtroppo reali, cangiando colori, aspettando Godot. Tutto in attesa del disfarsi e trasformarsi. Un pane di cera sotto il peso di un masso, ferme due pietre silenti e un arco di ferro. La torre di legni a portata di mano, struttura in due serie la forma munita che cambia di segno all’azione nel tempo.
Roma, 26/6/93
 

E' successo a Boville Ernica

di Adrian Gutà / Luglio 1993

Un giugno di scattante agonia. Un cielo spietatamente sereno. Il miracolo italiano che si offre a degli sguardi intensificati dal continuo sforzo di separare i possibili pregiudizi del museo immaginario della nuda realtà. Spesso però l’impressione immediata oltrepassa il sogno. Un‘astrazione sulla cartina diventa concreta: la provincia di Frosinone. Catena di siti pittoreschi Frosinone, Giglio di Veroli, Boville Ernica…
Quest’ultima domina dall’alto la prospettiva della regione collinare, terrazze, accentramenti e dispersioni architettoniche, costellazioni scese dal cielo sulle pieghe della terra. Dall’alto, dove la spirale della strada muore davanti alle vecchie mura che sono la nostra meta, il panorama viene percepito attraverso la foschia di un’aria quasi densificata, che tinge lievemente le forme d’azzurro…Mi sembra di rileggere nel “Trattato sulla pittura” di Leonardo il passo sulla prospettiva aerea.
Boville Ernica si concentra all’interno di massicce mura medievali segnate dal susseguirsi delle torri. In questo perimetro si lascia scoprire un campione sui generis di stratificazione della civiltà e della cultura, del Medioevo.
Rinascimento-Barocco fino al presente di una piccola ma vivace comunità artigianale e commerciale. Non ho mai avuto come in Italia il sentimento dell’amicizia ed intensa convivenza tra le età spirituali dell’Europa.
È questo il luogo scelto dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Frosinone per l’edizione 1993 dell’ “Incontro Giovani Artisti” dedicata al dialogo italo-rumeno.
Sullo sfondo della calda ospitalità offerta dalle autorià provinciali e locali, l’esperienza di questa comunicazione umana ed artistica ha creato lo stimolo – come è stato sottolineato diverse volte – delle tradizionali conoscenze storiche e spirituali. La più viva conferma di questo denominatore comune è stata forse la rapidità con cui si sono realizzate i dialoghi italiani, l’origine latina delle due lingue e dei popoli che le parlano agendo spontaneamente.
Otto italiani e otto rumeni – tutti giovani artisti. Tentativi di riavvicinamento tra due macro-orizzonti culturali? Piuttosto conoscenza reciproca di orizzonti individuali.
Ancora una volta è stato provato che “l’arte come linguaggio internazionale” non è una formula vuota.
La comune esperienza si è iscritta tra due parametri di finalità oggettuale che hanno contenuto il nocciolo della convivenza e della creazione nell’unità di luogo e tempo. Boville Ernica, 21 – 27 giugno 1993. L’inizio è stato la mostra collettiva ospitata nello spazio museistico della chiesa di S. Francesco. La fine – l’itinerario espositivo segnato dal collocamento dei sedici lavori di arte ambientale, che hanno arricchito di nuovi accenti spirituali ed estetici alcuni siti interni od esteriori del Comune.
La mostra iniziale è stata soggetta in partenza da un coefficiente aleatorio nel rapporto tra opera e spazio, risultato dalla relazione piuttosto casuale tra un oggetto d’arte nato nel mondo chiuso dello studio ed il suo collocamento dentro la chiesa. Tale aspetto è però uno dei rischi abituali delle mostre collettive. Interessante era vedere il modo in cui ogni singolo artista ed ogni singola opera entrerà in dialogo con le varie “cellule” spaziali. L’architettura e le decorazioni pittoriche o scultoree dell’edificio – esso stesso un conglomerato di età stilistiche – proponevano fin dall’inizio un forte eclettismo.
Le opere dei giovani artisti, nella molteplicità delle loro soluzioni estetiche, entravano in sintonia con le forme stilistiche preesistenti oppure, al contrario, in dissonanza altrettanto fertili. La mostra proponeva vari itinerari, che passavano tra concetti diversi, di tipo piuttosto individuale che nazionale. I giorni dell’incontro presumevano (oltre ad un primo superficiale contatto, attraverso documenti fotografici, con il paesaggio ed il luogo) una conoscenza del “topos” geografico e culturale di Boville Ernica, mirante a far scaturire sedici “affermazioni” artistiche a “commento” di tale specifica realtà. Il tempo è stato forse troppo breve per una osmosi più intima. Finalmente le sedici “affermazioni” si sono fatte presenti a prova della coerenza e della continuità dell’iter creativo di ciascuno degli autori in contatto con gli stimoli fisici e spirituali del luogo prescelto. Le varie soluzioni danno nuove dimensioni culturali allo spazio–ricettacolo mentre non propongono ai fruitori principali – gli abitanti di Boville Ernica – un remember passivo, bensì incitano alla riflessione, provocano lo sguardo e la mente.

Proposta di lettura:
Lorena Amato – scultura con valori architettonici, minimalismo ludico e coinvolgimento di un gruppo sociale (attraverso il collocamento in una scuola);
Eclario Barone – legno e ceramica in forme sintetiche che sembrano fantasmi medievali incontrati sul cammino verso il sacro;
Jozsef Bartha – ombre e luce che segnano il luogo mediante semplici geometrie in legno e simboli traforati dal sole;
Elemer Benedek – pannello di fogli in metallo trattati a guisa di palinsesto “crocefisso” sul muro esteriore palinsesto della città;
Darie Dup – scala lignea fissata ad una torre, con il “pericolo” delle scuri che segnano ritmicamente i gradini;
Cristiana Fioretti: nel parco pubblico moduli geometrici a volumetria variabile, a stimolo dell’inventività dei bambini;
Licia Galizia – in uno spazio simile, le forme metalliche angolari suggeriscono strutture architettoniche “nomadi”;
Paolo Monti – gli elementi minimali sono soggetti a metamorfosi cromatiche nella loro interazione con il microclima esterno;
Dan Perjovschi – fantasma concretato in capo di abbigliamento femminile metallico che suggerisce l’effimero degli involucri esteriori;
Antonella Pierno – offre una traslazione di funzioni dello spazio politico, spirituale, dell’edificio del comune riempiendo una sala di segni appartenenti ad un ricettacolo/sorgente di memorie individuali e collettive;
Clausio Pieroni – nel bacino di una modesta fontana di piazza l’acqua sommerge delle forme prismatiche, ed una “ferita” azzurra. Il tutto può diventare la metafora di una civiltà sparita;
Nora Raboca – un congegno ellittico, concentrato in profondità e rinchiuso al livello del selciato da piccole inferriate testimonia sull’indifferenza quotidiana che uniformizza i destini;
Mircea Roman – il rilievo a pezzi di una sagoma felina pressata su un muro vuol fungere da protesta contro la violenza;
Domenico Rossi – un congegno minimalista nello scenario scabro del cortile ricorda le scenografie urbane di De Chirico proponendo una meditazione sul doppio tema dello spazio-tempo;
Sorin Vreme – sfrutta il rapporto tra spazio interno (torre) ed esterno (paesaggio panoramico) con un sistema di reti metalliche a schermo miranti a ristrutturarne la pseudo prospettiva del visibile.

 

Paolo Monti
in: “L'essere del luogo essere nel luogo”
testi di
- Massimo Di Stefano, “I Luoghi, lo spirito del tempo
- Nicola Carrino, “Boville al ritorno
- Adrian Gutà, “E' successo a Boville Ernica
in: Boville Ernica 1993,
pp.13,15,16, 8,40,41,42,43