“E' tempo di....”
di Gianluca Marziani / 1999
Ricordate
la cruenta storia della body art? L’arte delle performance con
tagli sulla pelle, dolore fisico e alti rischi per l’incolumità?
Era nata con spiccate valenze ideologiche, contro i conformismi politici
del periodo. Sul finire degli anni Sessanta in molti ne avevano
dato prova d’autore usando la pelle come superficie creativa, anche con
risultati discutibili, qualche volta perfino ridicoli. Ma per lo più la
serietà dell’operazione era evidente, grondava etica. Marina Abramovic,
Chris Burden, Vito Acconci, Urs Luhti e Gina Pane erano i modelli
esemplari di questa avanguardia. Quasi tutti curavano molto l’aspetto
fisico dell’azione, trascurandone l’immagine. Delle loro azioni
rimangono fotografie e video, soprattutto in bianconero. Sono documenti
oggettivi, senza fronzoli, privi di qualsiasi appeal.
Un caso anomalo era lo svizzero Urs Luthi, che insisteva sull’ambiguità
sessuale. Sfruttava il suo aspetto per trasformarsi in raffinato dandy
transex. Il suo corpo diventava il soggetto di un’attività pittorica
preziosa realizzata con la fotografia. Ogni inquadratura curava
l’ambiente, le luci, i toni, le pastosità del bianconero.
Un’attenzione simile alle qualità dell’immagine l’aveva già allora anche
il duo britannico Gilbert & George. Giocolieri del narcisismo, avevano
esordito negli anni Sessanta esponendosi come sculture viventi. Aspetto
borghese, abiti eleganti, sguardi immobili, facce argentate. Erano gli
interpreti delle loro fotografie di grande raffinatezza formale,
manipolate, dai colori eccessivi. Negli ultimi lavori sono svestiti.
Mostrano il sedere senza pudori. I loro corpi volanti su paesaggi e
figure della vita inglese bombardano di messaggi ironici e tecnologie
avanzate il moralismo.
La manipolazione dell’immagine, i grandi formati, i rapporti cromatici
forzati, l’ironia, l’esasperata attenzione dei dettagli compositivi sono
elementi di un linguaggio che è diventato ora patrimonio comune di
alcuni artisti giovani che usano il corpo senza la rabbia della vecchia
body art sanguinosa.
Oggi, sfumate le ideologie, chi si fa violenza conduce operazioni meno
vicine alla sensibilità come di chi lo fa con la mediazione del
digitale. La prima via rappresenta l’oggi in chiave masochista. Com’è
per la francese Orlan con le sue operazioni di chirurgia estetica. La
seconda via stabilisce una relazione tra corpo e ferite virtuali
inflitte dai media. L’artista non interviene più sul corpo per cambiare
aspetto. Questa versione tecnologica della performance corporale è
caratterizzata da una ironia marcata, dall’uso ambiguo dell’identità e
soprattutto dall’esplicito interesse pittorico per il risultato. E’
qualcosa di nuovo, che si potrebbe chiamare tecnobody.
In Italia, Gligorov ne fornisce un esempio tra i più maturi. Usa se
stesso per azioni inconsuete, eccessive. Tiene pesciolini in bocca,
lampadine nel naso e nelle orecchie, bacia con passione il cane. Altre
volte impone funzioni agli oggetti, come fa della rosa una vagina
floreale. Nelle sue radiografie non si riconosce il soggetto, conta lo
shock della percezione, l’abilità nel rivoltare la retorica della
violenza. Ogni quadro calibra i contrasti cromatici a sottolineare
qualche raffinatezza. Gl’interventi digitali sono quasi impercettibili.
La tecnologia al servizio dell’arte denuda l’artista. Una sfida al
voyeurismo.
Anche il romano Alessandro Gianvenuti usa le tecnologie digitali sul
corpo. L’azione di Gianvenuti è solo privata. Infila mani, piedi e testa
sotto lo scanner, l’apparecchio che registra immagini per il computer.
Quando il dettaglio catturato arriva sullo schermo lo ridipinge a forza
di software: il computer come pennello digitale.
Per Paolo Monti cambiano i mezzi ma il processo lega ancora il
corpo a un macchinario con potenzialità pittoriche. Nel suo caso è una
termocamera che legge le superfici come variazioni di temperatura. Lui
si registra con questa cinepresa. Quel che poi stampa simula gli effetti
di un astrattismo cromatico. Il viso diventa una specie di campo
informale, suddiviso in zone variate nei toni e nell’intensità.
La triestina Lorena Matic compie performance di cui noi conosciamo solo
il risultato, ormai più vero della stessa azione: impersona Jasmine
Bodois, ipotetica diva del cinema anni Trenta. Dei suoi travestimenti
vediamo fotografie con atmosfere da foto d’epoca. Mostra un’identità
ambigua, secondo una tipica caratteristica della tecnobody.
Sono quattro casi di performance funzionale al processo di elaborazione
tecnologica del quadro. Casi in cui l’artista solo talvolta agisce in
pubblico ma più spesso preferisce l’isolamento. C’è invece chi ha
maggiore bisogno di un pubblico. Qui la novità tecnobody risiede nella
successiva manipolazione del documento fotografico dell’azione come
“formalizzazione bidimensionale del momento fisico”.
Così per Paolo Angelosanto, italiano nato in Francia. Usa l’ambiguità
sessuale del corpo trasferendola su pannelli digitali. Lo ha fatto
fondendo la figura della Paolina Borghese del Canova col proprio status
maschile. Angelosanto ha lunghi capelli lisci che in una performance
pettinava a lungo, durante un’intermittenza di luce e buio. Ad ogni
ritorno della luce Angelosanto era sempre meno vestito, fino a rimaner
nudo e a nascondere il pene tra le gambe, mutato all’improvviso in
donna. Ambigua protagonista di un’arte bidimensionale ricca di tinte
pastello ma accesa di contrasti.
Un iperrealismo cromatico ritrovabile nel siciliano Francesco
Impellizzeri. Performer tra i più complessi del nostro panorama, inventa
da capo a piedi i suoi personaggi kitsch e le scenografie in cui si
muovono, scrive e canta le musiche delle performance che si svolgono e
vengono fotografate in gallerie e locali. Patti Prava, Coccodrillo, Lady
Muk sono alcuni dei ruoli in cui s’immedesima. Una volta rifinite e
stampate, l’artista monta le immagini in cornici in linea col
personaggio. Set da muro, schermo in cornice pop.
E in quadri-schermi finiscono anche Alì Assaf, Myriam Lappante e Sukran
Moral. Un iraniano, una canadese e una turca, che abitano a Roma quando
non sono in giro per il mondo. Assaf combatte l’intolleranza
integralista, con performance sulla retorica del maschilismo. Laplante
inventa orrendi personaggi come La Donna Barbuta, dà vita ai fantasmi
dei diversi. La Moral, infine, ha sfidato la propria cultura varcando le
soglie di un bagno turco e di un bordello ad Istanbul. Tutti e tre
elaborano in quadri fotografici dai colori forti, spesso su fondali
scuri, le relazioni delle loro inquietanti azioni pubbliche.
Gianluca Marziani
Queste le gallerie
Ecco le gallerie di riferimento e le indicazioni dei prezzi degli
artisti.
Robert Gligorov lavora con Lipanjepuntin di Trieste (tel. 040-308099;
da 5 a 12 milioni); Alessandro Gianvenuti con la galleria Mascherino di
Roma (telefono 06-68803820; da 1 a 6 milioni); Paolo Monti con Arco
di Rab di Roma (tel. 06-68806223; da 2 a 7 milioni); Lorena Matic
con B&D di Milano (tel. 02-6575901; da mezzo a tre milioni). Paolo
Angelosanto è trattato dalla Romberg (Latina, tel. 0773-664314; da 1 a 4
milioni); Francesco Impellizzeri da Il Ponte (Roma, tel. 06-68801351; da
1 a 5 milioni); Alì Assaf dalla sala 1 (Roma, tel. 06-7008691; da 1 a 4
milioni). Myriam Laplante è rappresentata da Il Ponte e da Anima Nosei
(New York, tel. 001212-7418695; da 1 a 5 milioni).
“E'
tempo di....”
di Gianluca Marziani,
in: Arte, No. 309,
Mondadori 1999,
pp. 132-135
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