Come è nato questo progetto e da dove deriva il nome che gli
avete dato?

Il
progetto nasce dall’incontro fra me e Filippo Paolini, un dj.
Dopo aver fatto qualche concerto insieme, abbiamo deciso di
fondare i Metaxu. Metaxu nel
Simposio di Platone è il
demone della voluttà, è colui che si apre verso l’altro, che si
trova sempre nella dimensione della disponibilità,
dell’apertura, non è mai sazio di quello che ha ottenuto e
quindi è nella condizione di una continua ricerca.
Parlaci del rapporto con i visuals, le sequenze di immagini
che utilizzate durante i vostri concerti?
A un certo punto del nostro percorso ci siamo aperti alla
possibilità di lavorare coi media, con il linguaggio del visivo.
Ed abbiamo accolto nel gruppo Mattia Casalegno.
Tu hai anche lavorato alla realizzazione di video con il
gruppo Cane capovolto e ad altri progetti di Sound Art e
Performance Art. Puoi dirci qualcosa su questi ambiti di
sperimentazione che investono più linguaggi?
Lavorare con Canecapovolto, gruppo storico della sperimentazione
visiva, riporta ancora alla dimensione del continuo
rimettersi in gioco,

del
volersi trovare in un
atopos, in un’assenza di luogo, in
una condizione altra. Questo è il tipo di legame che ho con una
serie di linguaggi artistici a me poco conosciuti ma con cui
interagisco. E’ proprio lì che si impara, nell’
intermezzo.
L’ultimo rapporto che va in questo senso è quello che ho con
Paolo Monti, un uomo desituante, che non riesci mai ad
imbrigliare.
Musica elettroacustica, musica concreta, turntablism: sono
queste le matrici delle vostra produzione sonora. La
contaminazione sembra essere già nel tipo di mezzi utilizzati,
oltre che nei risultati propriamente sonori…
Sì, noi usiamo questi mezzi. Ma c’è da dire che sono molti i
musicisti che lavorano con questo tipo di strumentazione. E’un
cambio epocale, è come suonare un nuovo strumento. Prima c’era
la chitarra, adesso c’è il
laptop.
I vostri dischi sono stati pubblicati all’estero e voi stessi
avete continui impegni fuori dal nostro paese. L’estero è più
ricettivo al vostro tipo di proposta?
In Italia i Metaxu lavorano poco e questo è un fatto politico,
sociale. Alcune nazioni, come quelle del Nord Europa, investono
sulla cultura ed altre non lo fanno.
Il vostro lavoro si chiama Rumors of war ed è un
invito a ricordarsi che nel mondo, oltre all’11 settembre,
esistono molte guerre di cui non si parla affatto. In questo
caso, la sperimentazione musicale ha veicolato una forma di
impegno?
Non parlerei di impegno politico perché, come diceva Deleuze,

facciamo della micropolitica anche all’interno di un rapporto
interfamiliare. Tutti fanno politica, in ogni momento: nello
scegliere un vestito, un disco. Mentre parliamo muoiono delle
persone a causa della guerra, e questo porta a rendersi conto
che c’è ancora molto da fare. C’è bisogno di altre esplosioni.
Non fuori, ma dentro di noi.
I vostri prossimi progetti?
I Metaxu stanno pubblicando
Rumors of war e nel frattempo
stanno lavorando al progetto
Stanze d’ascolto, già
presentato a Berlino, in collaborazione con Isabella Bordoni,
fondatrice dei Giardini pensili.