Paolo Monti Bibliografia Archivio ▪ 1996

 

 
Apre la Quadriennale: dopo le polemiche la parola alle opere
 
Arte, labirinto di fine secolo
 
Kitsch, macchine termiche, computer
 
Marco Vallora, La Stampa, 26 Settembre 1996

Roma.  Parlino i fatti e poi basta», introduce il catalogo De Luca della rinata Quadriennale «Ultime Generazioni» Lorenza Trucchi, commissario-princeps di questa kermesse espositiva, che si è trascinata nel tempo (dieci anni di combattutissima latitanza) con un interminabile strascico di polemiche, battaglie burocratiche, dispacci ministeriali e diffide giudiziarie. E non possiamo che concordare. Accettato il parere di congedo del Commissario Straordinario Garboli, che riteneva «troppo labile senza un ulteriore ripensamento» il progetto di mescolare Maestri Affermati e Giovani Promesse, ben venga un censimento delle ultime generazioni, per tastare il polso allo stato dell'arte di questa «fine secolo asistematica, permissiva, eclettica». E allora, parlino le opere, che da oggi tentano di farsi strada negli occhi bersagliati dei visitatori del Palazzo delle Esposizioni, tra le ultime crisi isteriche dell'artista che non trova il suo spazio, del delicato creativo che lavora di impalpabili atmosfere e si trova accanto l'inno spiegato dei bersaglieri d'un altro espositore, l'intellettuale disperato che lavora di pinze e martelli e l'operaio che si perde a filosofeggiare sulle opere. Mentre nel fascinoso spazio littorio della Sala Esedra alla Stazione Termini, ancora più letteralmente, le opere si sforzano di uscire da casse e imballaggi, perché né gli stand né le strutture in ritardo possono ospitare alcunché: e questo è doveroso dirlo, per non penalizzare artisti che non abbiamo potuto visionare. No, non ha senso dare un giudizio complessivo, proprio perché questa Quadriennale (aperta ieri fino al 25 novembre, con 175 artisti) non vuol esser settaria ma documentare tendenze e filoni i più diversi. Vaghiamo nel labirinto dello stato di sfatto. Possiamo annotare, per quel che ci riguarda, là stanchezza per un esubero ormai stucchevole di troppi anacronisti assolutamente interscambiabili (forse si salva, per certa inquietudine, il solo Frangia). E certo il sentore fine-secolo lo avvertiamo soprattutto in un bazar abbastanza scadente di neo-neo, che, «basta, per favore». Si va dal tardo-surrealismo rancido di Ricci e Livadiotti al neoItalo Cremona di Pinola (addirittura!) o a Sgherri che ricorda l'aeropittura di Dottori, da Bordoni che mescola Cornell con Armann alla Belbusti che rifa dei taglietti alla Fontana, la Dompè inginocchiata in un tardivo omaggio a Long e la Nappi che occhieggia Kapoor (con risultati però forti e originali), Andreis che pasticcia Clerici, Innocenti che scimmiotta la popscultura, Isola che evoca Guarienti, Albertini & Moioli, curioso quattromani che civetta con Melotti. Ovviamente, non manca invece chi lavora consapevolmente col neo, con la citazione: come Ducrot che inventa un barocco-neokitsch-berniniano (e vescovile cuscino di velluto) o Roteili che fa attraversare i saloni del Palazzo da una lugubre gondola di morte-rinascita della Fenice, carica di versi di Zanzotto, Luzi e Magrelli. Sconfortante, invece, pensare che siamo ancora ai Mickey Mouse trattati all'Epinal, ai ritrattini di Duchamp e Breton col rossetto, al giochino-fiato corto di stampigliare sulla parete i nomi furbetti di Raymond Roussel, Mishima, Boullé e Ledoux, mescolando Arletty con Gesù Cristo e Luther King. Dio, che chic, che cultura! E bisogna ammettere, allora, che è molto più avanti la video-computer-art, con sorprese davvero felici. La curiosa macchina Flottage di Monti, che in tempo reale ti cattura la sagoma termica e tradisce il tuo stato d'energia (entrando in un tunnel ansioso, come dentro la propria ecografia). 0 il poetico Tozzi che lascia spuntare fili di vera tenera erbetta dalla tastiera di un ingegneresco computer grigiastro. 0 il geniale Studio Azzurro, con l'immagine morta che fai vivere soltanto se hai un poco di fantasia. Ti metti a urlare (se la timidezza te lo concede) e allora l'acqua sintetica si increspa, e come in uno spettacolo brutale del Fura del Baus, la superficie dantesca si popola di corpi che lottano tridimensionalmente nel brodo untuoso della vita. Non indovini? Peggio per te, l'immagine se ne sta zitta. Mentre il macabro e Urico Lucavalerio, tra sciabordìi e clamo- ri di villeggiatura, immerge la tua emozione in un acquario con pesciolini rossi, giù con una morticina di vetro, che fa molto Pompei metropolitana. Il rumore sinistro del carillon bambino, come in uno Shining ottico: Silvio Wolf «prende in mezzo» lo spettatore, tra l'immagine proiettata e trattata di un saluto nazista (depurato di ogni portato ideologico, sottolinea l'artista, quasi riestetizzato, che rappresenta però la sua «matrice biologica» di figlio dell'azzardo della diaspora) e la voce non mimetica ma traslata dei suoi bambini, con quel feroce carillon di casa, sempre ricominciato. La catena terribile e felice del passato-futuro: traghettare esistenza. L'ultimo istante di vita di Brian Jones, dei Rolling Stones, che sta eternamente cadendo nella piscina, come in Viale del tramonto: dal computer provengono i dati fisiognomici per costruire una sintesi di volto in terracotta, che si riflette nell'acqua mobile di una vasca, che proietta sul muro la vibratile icona di quel fantasma d'epoca, che vive morendo. Ha ragione l'estroso veronese Vergato, che architetta il suo spazio, compone le musiche, modella e dipinge: bisogna applicare i procedimenti delle avanguardie, che negavano il corpo, ai nostro tramonto dell'Occidente. Che invece si nutre cannibale d'icone. Quanto alla pittura, poche scoperte, alcune conferme. Se gli «statici» incominciano a inflebilirsi nella maniera di sé, come i Tirelli, Nunzio, Pizzi Cannella (suvvia, un po' di sforzo), se è potente e notevole il Ceccobelli (però dell'83!), se Spoldi esagera col suo neo-tadinismo (e che titolo ironico-pretenzioso: Buongiorno Signor Spoldi), se intrigano Scolamiero e Galliano con le loro cimematografiche immagini fuggenti, Sabato e Mazzucconi con leloro forme dilatate e misteriose, Luigi Carboni con gli scheletrici graffiti, Biagi con il suo morandismo conchigliesco, Galliani e Cardi con la loro scrittura fragile ed evanescente e Massaioli con le sue oche sognanti, se uno dei più originali rimane Angiero con le sue combustioni alfabetiche e se Myriam Laplante affascina con i suoi armadi spiritici, sono semmai sorprendenti le «mutazioni». Perplessità per Stoisa e Pusole, interesse per il nuovo Alienti, sconcerto per Crocicchi, ormai avviato verso un terribile neo-gotico. Meglio gli scultori: i totem fantasiosi e ironici di Di Robilant, le corrose sopraelevate Usa di Amato. Buona la tenuta di Longobardi e iovannoni, felice l'evoluzione di Nelli verso i tirassegni di Casorati e di Pignatelli con i suoi scorci newyorkesi smangiati dal fumo come cliché, notevole l'imprestito di Arcangelo alla scultura di cera, curio¬ si i molli paesaggio-cuscini della Pezzi, la gialla evoluzione tachiste delle Tangenziali infangate di Frangi verso De Staèl, il mordace informale di Colazzo: e Siciliano, che ha trovato un segno duro, inquietante, sofferto. Per quanto ci riguarda, se dobbiamo sopportare le uggiose meline di De Luca, o lo pseudo-minimal dell'Alessi, i faccioni para-De Dominicis della Zaghini o il ventronismo etrusco di Evangelisti, che starebbe meglio a via Margutta, ci domandiamo: ma i commissari, han mai sentito parlare di Velasco, Papetti, Martinelli, La Cognata, Santinello, Verdi o Gabai? Accontentiamoci comunque di quest'arte che faticosamente tenta di venire alla luce, come le impressionanti larve fotografiche di Zecchini, che cercano di districarsi da una garza medica molto Bauhaus, o i volti ondulati, enfi di Martina. Morte dell'arte, come sembra suggerire quella terribile frase-mannaia di Billi, «ho vietato a mio figlio di venire ai mondo», che sigilla le sue suggestive immagini imperlate, generate nell'utero scosso di un computer?


Apre la Quadriennale: dopo le polemiche la parola alle opere
“Arte, labirinto di fine secolo”
Kitsch, macchine termiche, computer

Marco Vallora, La Stampa, 26 Settembre 1996