Paolo Monti Bibliografia
Archivio ▪ 1995

 

 

L'Arte e la Quarta Dimensione

 
di Gabriella Dalesio / 1995


Capovolgere la Genesi e fissare direttamente l’atto continuo della creazione: è questo uno dei dettati della dottrina tantrica.

E’ sulla comprensione della effettiva natura del tempo che questa disciplina orientale individua la modalità di ricentratura dell’essere umano. Atto a trasformare le energie degli individui – normalmente usate in modo casuale – il tantrismo tende alla riacquisizione della unitarietà corpo/mente – di cui i due princìpi informatori sono la Shakti e il Purusha. I riti tantrici identificano nella comprensione della natura della materia uno degli elementi motori affinché il tempo inizi, come tale, ad essere. In Occidente, parte di questa dottrina, in forma sincretistica con altre discipline, si avvicina – e viceversa – ai postulati che le nuove epistemologie (in particolare la fisica delle particelle) hanno nei confronti sia della materia che del tempo.

Materia e tempo sono i due poli su cui i fisici (e la scienza come l’epistemologia) pongono le loro polarità. Ma a fronte vi è un mondo che su questi due poli sta andando alla deriva, navigando con strumenti (codici) inadeguati, anche se su internet. L’arte con Duchamp ha posto il problema: l’arte non è rappresentazione, se è mentale la materia, né è “incidente” di percorso. O, a dirla con Prigogine, è “inquinamento dello spazio-tempo”. Se la relazione tra esso da una parte e materia dall’altra non è simmetrica, la trasformazione dello spazio-tempo in materia, al momento dell’instabilità del “vuoto”, corrisponderebbe ad un’esplosione di entropia, a un fenomeno irreversibile. E’ una delle possibili interpretazioni della nascita del cosmo. Ma non solo è “incidente” che avviene ogni giorno nella realtà quotidiana e forse anche in noi stessi. Torna una domanda che era di Aristotele: che non fossimo noi stessi i responsabili della irreversibilità del mondo?

Di una diversa concezione del tempo si occupa Prigogine1 avvertendo che il tempo non è unico ma diverse sono le scale temporali che, come in un brano musicale, lo compongono, come se la complessità di elementi semplici fosse compressa in un intervallo apparentemente omogeneo. Il tempo cosmico ed astrologico, annota, segnato sempre per noi da una scansione ritmica e periodica di un medesimo “orologio a pendolo”, non corrisponde a quello interno, chimico, biologico, ma anche mentale dell’individuo. Come nel corpo umano la sua parte esterna è diversa da quella interna.

Tornando alla dottrina tantrica, il tempo quindi può essere riosservato da un altro punto di vista: centrato in noi stesi appare come se fossimo all’interno di un drago che vomita “qui ed ora” il passato e il futuro. Emerge evidente la diversità nei confronti della tradizione occidentale che, assumendo il corso temporale quale linearità di percorso, lo mostra quale “finestra temporale” di cui ciascuno è cono di referenza. Questa comincia a scricchiolare, non solo nei sistemi filosofici ed epistemologici, ma anche nella vita quotidiana, costringendo l’individuo in una morsa che ne attanaglia la psiche e la percettività sia del corpo della realtà esterna. Stretto da un tempo tecnologico, i cui dettati sono l’estrema velocizzazione di qualsiasi fenomeno, l’individuo è sconcertato, i suoi tempi biologici sono alienati ed azzerati alle velocità esterne. In un continuo presente è guidato in spazi e tempi virtuali da lui non più controllati e controllabili. In questo si inserisce la dottrina tantrica, ma non solo questa, anche tutte le altre che attualmente si diffondono a macchia d’olio in tutto il pianeta. Ciascuna tecnica a suo modo tende verso un unico punto di convergenza: la presa di consapevolezza dell’individuo che può gestire i propri livelli temporali (conoscendo attraverso essi).
Dal momento in cui la quarta dimensione fu scoperta, nel 1840, bisognerà aspettare fino al 1912 perché questa sia presa seriamente in considerazione nell’ambito artistico modificandone i . . .



“L'Arte e la quarta dimensione”

di Gabriella Dalesio
in: Titolo, No. 22, 1995
pp. 15,16